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  I Giustiniani di Genova 
    La famiglia Giustiniani non è legata ad una stirpe,
 ma nasce come "nome" di una società per azioni
    a Genova il 14 novembre 1362, dall'unione di dodici famiglie
   per l'amministrazione dell'isola di Chios nel mare Egeo
   orientale per conto della Repubblica Genovese;
   dominio che esercitò collegialmente fino al 1566.

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   Labor et fides

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Η επίδραση των Giustiniani στη Χίο

The story of a noble Genoese family that formed a dynasty in the island of Chios in the Aegean

 

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stemma dei Giustiniani (Palazzo Giustiniani – Bassano Romano)

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Pertanto www.giustiniani.info, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.

DISCLAIMER DEL SITO

"O dura schiatta dei Giustiniani, nova sovranità della Maona libera,
dinastia di popolani magnifici, di re senza corona,
che profuman di mastice la bianca scìa o la segnan d'una rossa zona,
quando nell'isola Andriolo Banca orna templi, deduce carmi,
venera Omero, èduca lauri, schiavi affranca!
Navi d'Italia, ecco l'Egeo. Chi viene da Lesbo? chi da Coo?
Navi d'Italia, l'Ombre cantano come le sirene."

GABRIELE D'ANNUNZIO, Canzone dei Dardanelli - "MEROPE"


 

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Storia di Genova
Liber Nobilitatis Genuensis

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La Collezione Giustiniani

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Galleria Giustiniana

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Convegni internazionali sui Giustiniani

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Discorso sul Cristo Giustiniani di Michelangelo Buonarroti

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La vena nera una storia Michelangiolesca

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Il Cristo Giustiniani

Per Contattarmi:  enrico@giustiniani.info


Antiche tradizioni, non suffragate da prova storica, farebbero risalire i Giustiniani alla gens Anicia romana, una delle famiglie della Repubblica e dell'Impero Romano. Personaggi dal nome Anicio (Anicius) appaiono nel II secolo a.C., per lo più col cognome Gallus. Tracce di questa famiglia che ne testimoniano l'importanza anche a Roma dove è presente un iscrizione sulla Via Appia Antica posta all'altezza dell'incrocio tra Via di Tor Carbone e Via Erode Attico.
Da attribuirsi ad una leggenda, ancorché accolta da tutti i cronisti e storiografi che si occuparono di questa famiglia, quella che vede i due casati Giustiniani di Genova e di Venezia discendere dai figli di Giustino II, nipoti di Giustiniano imperatore Romano d’oriente, Marco e Angelo vissuti verso il 720 d.C.
Una delle più conosciute cronologie genealogiche sui Giustiniani di Genova fa iniziare lo stipite Genovese da Sesto Anicio Basilista imperatore nell'anno di Cristo 262.
Curioso anche il fatto che, allora come oggi, i Giustiniani di Genova e di Venezia si sentissero in un certo modo consanguinei, nonostante le due Serenissime Repubbliche nel corso della storia fossero più nemiche che amiche. Molte comunque sono le presenze della famiglia Giustiniani individuate in diverse località dell’area mediterranea fin dall’anno mille.
In effetti i Giustiniani di Genova più che da antiche discendenze, “nascono” a Genova il 27 febbraio 1347, come “nome” di una società: la “Maona”, la prima società per azioni documentata nella storia, sorta per lo sfruttamento per conto della Repubblica Genovese dell’Isola di Chios nell'Egeo nord orientale, patria di Omero e ricca di un albero, il lentisco, che solo qui, produce una sostanza resinosa: il mastice, fonte all'epoca d'enorme ricchezza.
Ben presto i “Maonesi”, appartenenti a famiglie già in vista nella Genova di allora, assunsero tutti il nome di Giustiniani perdendo il proprio. Pur continuando a mantenere un saldo legame con la madrepatria e ricevere prestigiosi incarichi di governo, i Giustiniani mantennero il dominio di Chios fino al 1566 alla conquista da parte degli Ottomani diventando una sorta di Sovrani dell’isola pur mantenendo il loro status di Nobilis Civis Januae, nobili “cittadini” Genovesi. Il popolo di Chios infatti chiamava i Giustiniani con i titoli di Signori, Principi, Sovrani; i documenti e gli scrittori li appellano come Dynastae alla greca e così li chiama anche la Sacra Rota non più tardi del 14 giugno 1839 (Vincentius ex Nobilissima Ianuensi familia Justinianorum dynastarum olim Chij in mari Aegeo). E “dynastes” dal greco è princeps, regulus: signore, barone, principe e re.
La casata dei Giustiniani fu “albergo”, un’istituzione privata ma riconosciuta dagli statuti genovesi, sino alla riforma del 1528 e influenzerà non solo la vita politica ma anche l’urbanistica cittadina, poiché gli alberghi impongono la contiguità dell’abitazione ai propri aderenti che abitano case distribuite attorno a piazze private e talvolta munite di una propria chiesa. La pratica dell’endogamia, cioè l’uso di contrarre matrimoni all’interno dell’albergo, contribuisce a formare, di generazione in generazione, inoltre, un’unica famiglia dove tutti sono consanguinei e tutti si sentono parenti. I Giustiniani, avevano fatte proprie tutte le prerogative della nobiltà genovese. Erano qualificati come mercanti, dove il termine identificava i banchieri e i protagonisti dei grandi traffici internazionali che spesso godono fuori dal dominio genovese di vere e proprie signorie feudali. I Giustiniani si imparentavano abitualmente con stirpi signorili liguri e italiane e vi appartenevano giureconsulti, medici, cavalieri, alti prelati e uomini di cultura.
Nel panorama politico genovese l’albergo Giustiniani si mantiene quasi sempre neutrale e difficilmente prende parte evidente ai frequenti scontri tra le diverse fazioni nel corso dei secoli. Con la costituzione della Repubblica aristocratica Genovese, instaurata da Andrea Doria nel 1528, il ruolo e lo status dei Giustiniani trovano pieno riconoscimento. Negli oltre duecentocinquant’anni di vita della Repubblica, i Giustiniani diedero cinque dogi, innumerevoli senatori e altri magistrati di governo.
La caduta di Chios nel 1566 e il martirio dei giovani della famiglia, che rifiutando di abiurare la fede cristiana, saranno a lungo additati ad esempio dalle potenze occidentali impegnate nella lotta contro l’Islam, non impedisce ai Giustiniani di reagire mantenendo potere e prestigio in patria e nelle altre sedi di nuova residenza, prime fra tutte Roma e la Sicilia. Benchè privi delle antiche prerogative signorili, hanno ancora una distinzione sociale indiscussa ed era prassi per tutti trascorrere un periodo a Genova, probabilmente per curare i propri interessi sulle rendite del Banco di San Giorgio che tutti gli alberghi avevano e che costituiscono un elemento di continuità per le generazioni.
Dalle testimonianze emerge un vero attaccamento di tutti i Giustiniani a Genova sia per quelli che vi risiedono sia per quelli che hanno fatto fortuna altrove e il senso di appartenenza al clan è sempre fortissimo e ciò è dimostrato dalla perdurante prassi delle nozze endogamiche anche dopo il XVII secolo.
A Roma la famiglia, grazie a Vincenzo Giustiniani, marchese e principe di Bassano aumentò di gloria e di fama. Vincenzo si può considerare il primo grande collezionista della storia, scopritore del grande pittore Caravaggio. I fasti della prestigiosa collezione Giustiniani, ora dispersa in musei e collezioni private, sono stati celebrati in una mostra proprio a Palazzo Giustiniani (ora di proprietà del Senato della Repubblica) a Roma nel 2001. Alla sua morte nel 1631, senza eredi diretti, il Marchese Vincenzo lascia titolo e beni ad un suo nipote: Andrea Cassano Banca Giustiniani, futuro Principe di Bassano ed istituisce un articolato fedecommesso testamentario in cui ricomprende, per una parte, praticamente tutti i discendenti Giustiniani che possano vantare una parentela con quelli di Chios, anche se non direttamente con il Marchese Vincenzo.
La vicenda giudiziaria dell’eredità contesa si protrasse fino al 1958 dove il Tribunale di Genova accertò ben 288 discendenti divisi in 12 stirpi tra gli intervenuti e la definiva divisione della residua eredità. Dunque, chi poteva dimostrare la discendenza dai Giustiniani di Chios, avrebbe dovuto intervenire nel processo per far valere i suoi eventuali diritti. Chi non l’ha fatto, per mancanza di documentazione o semplicemente per ignoranza, non potrà vantare i diritti sull’eredità.
Pur decorati di innumerevoli dignità i Giustiniani sono oggi conosciuti come marchesi e patrizi genovesi e non come nobili “cittadini” Genovesi e principi di Chio, titoli che, avrebbero più autenticamente espresso il valore storico e il ruolo incarnato da questa famiglia nel corso dei secoli, e sarebbero stati, dunque, maggiormente corrispondenti all’ideale nobiliare inteso non quale privilegio fine a se stesso o fatto meramente onorifico ma quale espressione di Tradizione e dell’operato socio-politico-economico di un ceto dirigente del quale i Giustiniani furono autorevole parte.
Nel sito, la storia della Famiglia Giustiniani di Genova, della sua discendenza e della vicenda giudiziaria dell’eredità contesa e i motivi per i quali tutti i Giustiniani che ritengano di poter dimostrare, o supporre, di discendere dai Giustiniani di Chios, possano considerarsi, anche non avendo partecipato al giudizio del 1958, anche se non primogeniti del loro ramo, sia uomini che donne, nobili della Repubblica Genovese, parenti .... e soci.
Per concludere ricordiamo l’incisiva descrizione della famiglia fatta dallo storico Agostino Della Cella che nel 1782, celebrandone la storia, ricorda: "Altresì in Roma luminosa risplende la Giustiniana famiglia al presente nei signori Principi di Bassano Giustiniani genovesi, i quali continuando verace affezione alla Patria seguitano a voler l’ascrizione fra la genovese nobiltà. In altre parti d’Italia, poi, nella Spagna, Francia e Fiandra han continuato per più tempo e forte tutt’ora continuano altri rami di cotesta nobilissima famiglia, con cariche illustri e decorati di titoli e signorie pregiatissime... al presente di vita in più rami riluce in Genova la Giustiniana famiglia corredata anche in comune di redditi e dispense considerabili et in particolare di copiose ricchezze, ornata di titoli, feudi, signorie".


PREMESSA METODOLOGICA

Perché cercare chi ci ha preceduto nel tempo? Quale vana gloria ci spinge? Già il poeta Giovenale nella sua “ottava satira” avvertiva sulla pericolosa ambizione dei vivi di ricercare nel proprio passato antenati famosi, quando ormai nulla più li lega a loro: “Stemmata quid faciunt? Quid prodest, Pontile, longo. Sanguine censeri, pictosque ostendere vultus. Maiorum, et stantes in curribus AEmilianos … Quis fructus generis tabula iactare capaci. Fumosos equitum cum Dictatore magistros. Si coram Lepidis male vivitur?” (traducibile come: “Gran lignaggio a che vale? Esser d’antico sangue famoso, e porre in mostra i pinti volti degli avi, o Pontico, che giova?... Qual pro, che in ampia tavola si vanti d’equestri affumicati Condottieri la lunga schiera al Dittator vicina, se male in faccia ai Lepidi si vive?”).
Una risposta ci viene dallo storico ligure Stefano Agostino Della Cella vissuto alla fine del XVIII secolo: ciò che guida nella ricerca genealogica è ricercare le virtù degli antichi genovesi, “l’intrepidezza ed il coraggio – che avevano reso potente la città, e sul loro stile di vita indefessamente faticoso, sobrio e frugale”, del quale hanno “orrore e vergogna i moderni a farsi imitatori”. Ricerca quindi come esempio e stimolo per i contemporanei. Risposta alla legittimizzazione del posto occupato da un individuo in una configurazione parentale o all’interno di un tessuto economico sociale.
Ricostruire, tassello per tassello, il grande mosaico genealogico di una famiglia, è come fare un affascinante viaggio. Svolgere una ricerca genealogica non vuol dire andare alla ricerca di ascendenti illustri, ma ricostruire le origini del proprio ceppo familiare risalendo all'indietro nelle generazioni e nei secoli a seconda delle fonti disponibili. La ricerca genealogica è una forma di memoria collettiva espressa nell’idioma della parentela.
Su questo sito la storia della famiglia Giustiniani. La storia, quella a noi più vicina che ci appartiene non deve andar dimenticata. “Chi non ha memoria non ha futuro”. Il tramandarsi queste conoscenze, ci rende in qualche modo immortali e fa vivere nella memoria dei vivi, coloro che sarebbero presto dimenticati. Ricordiamo che tutto quello che siamo lo dobbiamo spesso a coloro che ci hanno preceduto.
Mi auguro comunque che agli occhi del lettore questo lavoro non sembri “auto celebrativo”, ma soltanto un minuzioso ed “imperfetto” racconto storico a disposizione di tutti gratuitamente, così come voluto dall’autore. Proprio per questo motivo ho preferito non farne oggetto di un libro che non mi avrebbe portato né soldi né onori e soprattutto sarebbe stato letto solo da pochi parenti ed amici.
Sul finire dello stesso secolo si riporta in una cronaca che “vi sono infiniti Spinoli che zappano in quelle montagne, né li fa nobili il domandarsi Spinoli, ma l’esser scritto nel libro della nobiltà” , ribadendo quanto fosse dubbio il concetto di una nobiltà di sangue preteso dai “vecchi” nobili, ancor più se argomentato sulla pura condivisione del cognome. Gli storici Dalla Cella e Garibaldi considerano nobile chi si è distinto per il “valore militare” , l’attaccamento alla patria e il “giusto ardente zelo della libertà” , più di chi abbia acquisito un titolo senza dare prova di possedere tali valori; come si può affermare delle famiglie che vengono “in altre regioni servilmente innalzate a fumosi titoli”. E’ infatti “di gran lunga più nobile… la difesa e l’amore della libertà propria”, piuttosto che la forsennata vendita del proprio sangue ad un vile interesse, o la malnata ubbidienza alla ingiusta e talor tirannica ambizione di un regnante” (Stefano Agostino Della Cella: “Famiglie di Genova”, ms in 3 tomi 1782-1784). Viene così riaffermata l’idea di una nobiltà di ascendenza comunale non feudale, come più volte ribadita nella storia genovese. Concetto anche ripreso da altri storici più avanti, come il notaio chiavarese Angelo Della Cella, che giudica “chimerico questo vocabolo di nobiltà solo riferibile per lo più ai ricchi… né so figurarmi per nobile se non colui che difese e governò con disinteresse e plauso la propria Patria”.
.... (continua in: La ricerca genealogia in ambito ligure tratto in parte dal lavoro di Massimo Angelini: “La cultura genealogica in area ligure nel XVIII secolo – introduzione ai repertori della famiglie” , pubblicata negli “Atti della Società ligure di Storia Patria”, n.s. XXXV (1995), I, pp. 189-212).
Dello stesso autore segnalo anche: L’invenzione epigrafica delle origini famigliari .

Può infine apparire curioso, ma molto "indicativo" come monito di vanagloria nobiliare, che il supposto "titolo" di Principe di Chios dei Giustiniani è stato fatto uso esclusivamente da un tal François Douceur (o Doucet), avventuriero Francese, in realtà un maestro di scuola in un piccolo villaggio vicino a Puiseaux nella regione di Orleans, la cui storia varrebbe un romanzo, che millantandosi prima come Conte di Sant'Angelo e poi come Principe dei Giustiniani di Chios, si accreditò  nei più prestigiosi circoli massonici aristocratici e dell'alta nobiltà di Francia sulla metà del XVIII secolo e scrivendo di suo pugno una dotta ricostruzione genealogica Giustiniani del tutto falsa, riuscì anche farsi riconoscere alla Corte di Francia come moschettiere nella prima compagnia delle Guardie del Re, che ne garantiva la legittimità delle sue pretese aristocratiche. Nonostante fu smascherato, non fu mai catturato (la sua storia è nelle carte della Polizia conservate nella Biblioteca dell'Arsenale di Parigi - fascicolo 12228, 336 folio) insieme al "suo" libro “Notice historique et généalogique de la maison des princes Justiniani ” scritto ... da lui stesso! 
Interessante anche la rocambolesca storia recente di Lorenzo Montesini, questa volta "Principe Giustiniani" ma "di Venezia", balzato alle cronache rosa negli anni novanta per il fidanzamento con Primrose Dunlop, figlia di una delle famiglie più potenti d'Australia, che prima di arrivare sull'altare fugge con il suo migliore "amico" Robert Straub.

Per chi ritiene che posa essere utile una ricerca genealogica sui Giustiniani (o in generale per "provenienze" storiche da Genova) l'Archivio di Stato di Genova offre la possibilità di consultare un'ampia documentazione (che può essere spedita anche per posta). Ricerche utili anche per il riconoscimento della cittadinanza Italiana.
Presso l'Archivio di Stato di Genova, è possibile consultare la seguente documentazione (vedi il PDF riassuntivo dell'Archivio di Stato di Genova)
Fidecommisseria Giustiniani che descrive le carte prodotte giunte all’Archivio di Stato il 18 aprile 1984, a seguito del deposito effettuato dall’amministrazione avv. Mario Loi. Il fondo è composto da 292 unità numerate da 1 a 285, comprese tra i secoli XVI e XX. Sebbene non sia stato oggetto di interventi di riordinamento successivi al versamento, sono raggruppate in otto serie dotate di una certa omogeneità interna ora dal punto di vista formale ora da quello tematico. L’elenco proposto è la mera copia dell’elenco di versamento del 1984, è stato compiuto un rapido controllo a scaffale che ha evidenziato alcune discrepanze che per il momento sono state recepite nell’attuale elenco senza ulteriori approfondimenti.
• censimento di Genova diviso per quartieri (1466-1531);
• registri di fedi di battesimo, matrimonio e morte, relativi agli anni 1606-1796 (serie non completa per tutti gli anni e i tipi di evento);
• stato delle anime delle parrocchie di Genova (1743-1744);
• registri di atti dello Stato Civile napoleonico relativi al Comune e al Dipartimento di Genova per il periodo 1806-1812;
• registri parrocchiali del Mandamento di Rapallo (1838-1859);
• registri dello Stato Civile dei Comuni del Circondario del Tribunale di Genova, dal 1866 al 1915.
Tali registri possono essere liberamente consultati, accedendo alle sale studio negli orari di apertura indicati su questo sito Archivio di Stato di Genova.
I registri sono altresì consultabili on-line sul portale http://www.antenati.san.beniculturali.it/, ove possono essere reperite le digitalizzazioni complete dei registri dello Stato Civile napoleonico, dei registri parrocchiali del Mandamento di Rapallo, e della maggior parte dei registri dello Stato Civile postunitario, di cui è in corso la pubblicazione integrale.
Nel caso in cui non si conoscano elementi sufficienti per poter identificare gli atti relativi agli antenati ricercati, si consiglia di consultare la seguente documentazione, dalla quale possono essere ricavati elementi utili (luogo e data di nascita) per il reperimento degli atti dello Stato Civile:
• liste di leva dei mandamenti dei circondari di Genova, Albenga, Savona, Chiavari e Spezia;
• fogli matricolari del distretto militare di Genova, relativi agli anni 1874-1943;
• fogli matricolari del distretto militare di Massa, relativi agli anni 1921-1943
L’Archivio di Stato di Genova non conserva documentazione dalla quale sia possibile estrarre liste di passeggeri arrivati o partiti via mare.
Tuttavia, è possibile reperire informazioni relative ai passeggeri partiti dal porto di Genova nei registri dell’ufficio di Sanità Marittima per gli anni 1833-1856. I dati presenti in tali registri (data di partenza, nome, cognome, età, luogo di nascita, città di destinazione, tipo e nome dell’imbarcazione, bandiera, nome del capitano) sono disponibili sul portale web: Centro Internazionali Studi sull'immigrazione Italiana

Questa è la bibliografia sui Giustiniani che ritengo essenziale:
Bibliografia sui Giustiniani e fonti citate
Documentazione sulla famiglia Giustiniani presente negli Archivi di Stato Italiani
Presso L'Archivio di Stato di Roma (Corso Rinascimento, n. 40) è consultabile il Fondo della famiglia Giustiniani (sezione famiglie - inventario 35) con preziosi manoscritti e reperti documentali dalla metà del XVI secolo fino alla fine del XIX secolo.
Documentazione sulla famiglia Giustiniani presente nelle ricerca bibliografica online dell’ICCU - Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni Bibliografiche (vedi anche Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni Bibliografiche - ICCU )
Documentazione sulla famiglia Giustiniani presente nell’OPAC del Polo SBN della Biblioteca nazionale centrale di Roma (BncR)
Banca dati GABRIEL (in inglese, risultati in italiano) Il sistema di ricerca bibliografica su un network di biblioteche europee.
Memorie Digitali Liguri,La raccolta di banche dati per descrivere, reperire ed impiegare informazioni è stata ed è tuttora una delle più diffuse applicazioni dell'informatica alle discipline umanistiche.
Elenco delle Biblioteche pubbliche statali.
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche noto con l'acronimo SIUSA
www.archive.org praticamente un motore di ricerca di risorse digitalizzate presenti nelle biblioteche e sui siti di tutto il mondo.
Molti documenti e studi sul Archeologia in rete oltre dodicimila links censiti e ordinati a cura dell'Università di Siena.
Grazie al contributo della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CARIGE la Società ha intrapreso nell'autunno del 2011 un piano di digitalizzazione delle proprie pubblicazioni periodiche esaurite, al fine di presentare ai soci e agli utenti il ricco complesso di testi scientifici editi in oltre un secolo e mezzo di studi, riprodotti in formato digitale e liberamente scaricabili. All'interno del sistema, per ciascuna serie è presente una pagina che reca l'elenco dei volumi che la compongono e i relativi sommari, compilati secondo i criteri redazionali di ciascuna serie; per ciascun volume è presente una pagina che ne riporta il sommario e la riproduzione fotografica; è altresì possibile scaricare il file dell'intero volume in formato pdf (su cui è stato effettuato riconoscimento dei caratteri con motore OCR) o in formato di solo testo.

 Qui trovate la prima opera del 1882 (in tedesco), qui tradotta in Francese da Etienne A. Vlasto, della Storia dei Giustiniani dinastia di Chio di Carl Hopf
Les Giustiniani dynastes de Chios
Delle Imprese e del Dominio dei Genovesi nella Grecia di Carlo Pagano 1846 (in estratto)


LE ORIGINI DELLA FAMIGLIA GIUSTINIANI

Facilmente si associa il cognome Giustiniani a quello dell’imperatore romano d’Oriente Giustiniano, autore del famoso corpo legislativo. Pur se antiche tradizioni, non suffragate da prova storica, farebbero risalire i Giustiniani alla gens Anicia romana (Antica genealogia della famiglia Giustiniani), è solo una leggenda, ancorché accolta da tutti i cronisti e storiografi che si occuparono di questa famiglia, quella che vede i due casati Giustiniani di Genova e di Venezia discendere dai figli di Giustino II, nipoti di Giustiniano imperatore Romano d’oriente, Marco e Angelo (Altri studiosi parlano di un terzo fratello, Pietro, che si sarebbe stabilito in Lombardia (per altri a Firenze, per la presenza in città di un ramo Giustiniani poi estinto) futuro capostipite di molte nobilissime famiglie, quali gli Acciaioli, i Visconti, i Torriani e i Della Torre), vissuti verso il 720 d.C. ed esiliati dall’imperatore Leone III l’Isaurico da Costantinopoli per non costituire minaccia al suo debole regime.
Andrea Giustiniani, primo principe di Bassano per rendere visibile tale “mitica” ascendenza, pose al centro del giardino di Villa Giustiniani Massimi a San Giovanni, dove ancora troneggia, un colossale torso acefalo di marmo greco che nel 1638 Arcangelo Gonnelli, uno scultore della cerchia dell’Algardi specialista in restauri secondo il gusto del tempo, integrò abbondantemente (per la testa si rifece ad un ritratto giovanile di Marco Aurelio) trasformandolo nell’imperatore Giustiniano raffigurato nel fiore dell’età.
Curioso anche il fatto che, allora come oggi, i Giustiniani di Genova e di Venezia si sentissero in un certo modo consanguinei, nonostante le due Serenissime Repubbliche nel corso della storia fossero più nemiche che amiche. La leggenda narra che Angelo sposò la nipote del doge Marcello Tegalliano e fu il capostipite dei Giustiniani di Venezia, mentre Marco, rifugiatosi a Genova nel 722 d.C., sposò Beatrice figlia di Ludovico Cibo-Seniz, guerriero di Liutprando re dei Longobardi conquistatore di Ravenna. Da Marco sarebbe nato Giovanni Pietro, che sotto le insegne pontificie difese il Papa da Astolfo re dei Longobardi nel 754 e sposò Laura Savelli figlia di Flavio barone romano. Dalla loro unione nacque Marco II e così via fino alla nascita dell’albergo Giustiniani. Un dettaglio di questa discendenza fu pubblicato dal Principe Onorato Giustiniani Arangi.
Una leggenda alimentata dal fatto che, soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento, fu consuetudine delle famiglie patrizie, specie se di recente fortuna, accreditare le proprie origini con genealogie che partendo dall’assonanza dei nomi, finivano per agganciarsi a personaggi illustri della storia antica. Famose le false ricostruzioni storiche e i falsi diplomi antichi del cinquecentista Alfonso Ceccarelli, medico ed erudito, nato a Bavagna nel 1533 morto per condanna a morte a Castel Sant'Angelo (Roma) nel 1583, dopo aver realizzato la sua ultima contraffazione: quella della “donazione di Costantino”. Genealogia quindi mercenaria, intesa come elaborazione e celebrazione di un mito delle origini famigliari, praticata talvolta con manifesta disinvoltura più che con rigorosa analisi storica. Esempi si rinvengono anche ai giorni nostri. Le presenze della famiglia Giustiniani prima della costituzione della Maona nel XIV secolo, sono state comunque individuate in diverse località dell’area mediterranea. Nel II secolo a.C., le nobili e ricche famiglie romane cominciano a costruire le loro suntuose ville fuori dai limitati spazi cittadini, stabilendosi in grandi tenute autonome. Si riducono i villaggi e il territorio risulta sempre più occupato da grandi proprietà private. Così può essere successo per la Gens Anicia che, all’atto delle invasioni barbariche, abbia cercato scampo in territori, come le isole, rimasti indenni dalle invasioni. E’ certo che a partire dal IX-X secolo il nome Giustiniani era noto in tutto il Mediterraneo.


A sinistra Camillo Cungi "sala delle sculture" nella Collezione Reale di Windsor Castle (stampa tratta da Leuschner, Eckhard Antonio Tempesta ein Bahnbrecher des römischen Barock und seine europäische Wirkung Imhof, Petersberg, 2005) incisione su commissione della famiglia Giustiniani. Al centro un'allegoria dello stemma (il castello sormontato dall'aquila) dei Giustiniani con sopra una raffigurazine del Porto di Genova. Sullo sfondo i notabili della famiglia tra cui S.Lorenzo Giustiniani patriarca di Venezia e l'imperatore Giustiniano (sullo sfondo rispettivamente a sinistra e destra del castello) tra gli altri il cardinale Vincenzo Giustiniani e Francesco Giustiniani Campi. A destra il cortile di Villa Giustiniani Massimi a San Giovanni a San Giovanni a Roma, con al centro la statua di Giustiniano imperatore commissionata dal Principe Andrea Giustiniani nel 1638 ad Arcangelo Gonnelli.

L’origine dei Giustiniani di Genova è da ricondursi al 14 novembre 1362 quando a Genova fu fondata la Maona (la “nuova” ), una società commerciale “anonima” per lo sfruttamento d’alcuni possedimenti Genovesi nel Dodecaneso, tra 12 notabili di Genova che assunsero tutti il cognome di Giustiniani perdendo il loro.
L’origine non è quindi legata ad una singola stirpe, ma a più famiglie aggregate in una sorta di società di persone, come se fossero nati da un padre comune, perché comune è la loro terra. Essi formano una ”Campagna” (dal Breve della Campagna di Genova del 1157: “Compagniam de pecunia non faciam cum aliquo habitante ultra Vultabium et Savignonem et Montem altum, neque ultra Varaginem” dalle “Leges Genuenses” ).
La decisione di unire più famiglie in un clan e prendere il nome di quella più importante che disponesse di un luogo di riunione (palazzo o dimora) non era nuova a Genova e anticipava la nascita degli "alberghi" che in seguito divenne la normale aggregazione anche politica. Nel caso particolare della Maona Giustiniani, questo sistema permetteva di superare anche il problema economico, di definire delle quote (le "carature") di partecipazione per cui era stata costituita.
Il numero originario delle quote era di “12 e 2/3”, ogni “azione” (duodeno) era divisa in 3 (Karatti grossi) divisi a loro volta in 24 altre parti (Karatti piccoli), per un totale di 38 karatti grossi e 304 piccoli. Tutti titoli negoziabili e trasmissibili agli eredi.
Il numero complessivo dei partecipanti alla maona Giustiniani nel 1566 era di oltre 600.
Specie nei primi anni della Maona le quote vennero più volte compravendute. In allegato un atto del notaio Paulus Savina del 19 maggio 1381, che testimonia possessori e titolarietà.
Sull'etimologia della Maona di Chios molto si è discusso, possiamo in ogni modo sintetizzarne il fine con le parole dello storico Genovese Teofilo Ossian De Negri: la Maona fu ".... una delega sulla carta di funzioni Statali ad un’associazione armatoriale e commerciale privata..." La “Maona” Giustiniani è la prima società “per azioni” documentata dalla storia. Il nome “Maona” è d’origine incerta, s’ipotizza dalla voce genovese “mobba” equivalente ad unione, o anche dal nome di una nave o anche dall’arabo “maounach” traducibile in “società mercantile” o "associazione per lo sforzo comune" o anche “assistenza” , “indennizzo” , proprio perché la prima spedizione della Maona agli effetti di diritto venne concepita come una “compera” , ovvero era come se gli armatori avessero effettuato un prestito alla Stato garantito dalle future conquiste anziché da aliquote di proventi fiscali come consuetudine fino ad allora. L’investitura doveva essere un risarcimento del compenso in denaro non concesso, una sostituzione provvisoria del debito pubblico.
“La delega su carta di funzioni statali a un’associazione amatoriale e commerciale privata e altri elementi comuni fanno si che la Maona Giustiniani si possa considerare sotto alcuni aspetti il più remoto precursore della famosa Compagnia delle Indie” (Roberto S. Lopez).
La parola maona, ha avuto un grande successo nella storia genovese: è stata utilizzata per la prima volta nel 1235, quando il Comune fu costretto ad armare una flotta, per aiutare la sua piccola colonia di Ceuta, vendendo il dazio sul sale per coprire le spese. Vincitore dello scontro, il Comune ottenne dal re di Marocco una parte dei suoi dazi doganali per rimborsare i concittadini mercanti che l’avevano aiutato nell’impresa contro Ceuta 9. Nei secoli seguenti, sempre a causa della consueta mancanza di mezzi, diversi eventi bellici hanno dato luogo alla creazione di maone, come quelle di Chio (1346), di Cipro (1373) e di Corsica (1378). Per quel che riguarda Chio, l’esatta denominazione dell’associazione è societas, conducio, apaltus, compare, maone Syi, Foliarum et aliarum insularum dependencium ab eadem, la quale sottintende una dominazione estesa alle due Focee e alle piccole isole nella vicinanza di Chio. Come si chiamano i membri dell’associazione, prima che si formasse l’albergo sotto un nome unico? I documenti notarili dei primi anni denominano i titolari di luoghi caporalis, socius et particeps societatis o caporalis et particeps appalti seu locacionis facte de insula Syi, o ancora particeps compare seu mahone vetere Syi. L’associazione creata dalla prima convenzione tra i membri della spedizione e il Comune di Genova viene rappresentata da un procuratore, Simone Vignoso, chiamato procurator participum compare Chii et Folie Novarum nel febbraio 1348 e dal marzo dello stesso anno massarius (‘tesoriere’) participum insule Sii. Essa è governata da un podestà o governatore dell’isola, assistito da un ufficio di otto protettori, al pari delle altre compere che gestiscono il debito pubblico genovese.
“Maona” potrebbe anche derivare dalla corruzione dialettale Genovese della parola “Madonna”, dall’insegna votiva che si trova all’esterno del Palazzo Giustiniani di Genova dal lato della strada detta “Il testone dei Giustiniani”. Madonna ritratta con due Santi, protettrice di quello che in seguito si chiamò Albergo Giustiniani, o anche dal greco maomai , “agogno”, “aspiro” e per una Società di commercio l’aspirazione principale è proprio quella di “aspirare” al guadagno. l’Albergo è un “istituto socio-politico e demo-topografico, caratteristico ed esclusivo di Genova. Sorto per scopi economici e difensivi, consisteva nell'aggregazione di diversi nuclei familiari sotto un solo cognome e una sola arme, in comune per tutti.”
Il nome “Giustiniani” (ma la notizia non è certa) deriverebbe invece dalla prima sede della Maona, nel Palazzo Giustiniani di Genova già posseduto dall’omonima famiglia di Venezia che a quell’epoca aveva buoni rapporti commerciali con la Repubblica Genovese.
Palazzo che, troneggia ancora nella contrada Giustiniani, fregiato dello stemma della famiglia e da parecchi trofei vinti nella guerra di Chioggia contro gli stessi Veneziani.
Tali “società” erano delle vere e proprie Signorie con tanto di eserciti, soldati e autonomia tributaria ed a volte la loro politica era perfino in contrasto con quella della stessa Repubblica che le aveva originate.
La struttura della Maona comunque, non avendo azioni "nominative" non creava problemi legate ad ambizioni "dinastiche". La partecipazione anonima consentiva poi il trasferimento delle quote di partecipazione senza particolari difficoltà, cosa che avvenne di frequente nei primi tempi.
Già esisteva, prima di questa “società”, una precedente Maona (la “vecchia”) fondata il 27 febbraio 1347 mediante un accordo sottoscritto tra i Maonesi e la Repubblica (L'accordo tra la Maona e la Repubblica Genovese ), per lo stesso scopo: lo sfruttamento commerciale dell’isola di Chios, che nel 1359 prese il nome di “Giustiniani”, che per tutto il tempo della Repubblica Genovese fu una delle famiglia più in vista. Ben sei Dogi portarono il loro cognome.
L’importanza e la forza della famiglia è testimoniata anche dal fatto che anche dopo aver lasciato Chios, anche se stabiliti in altre città, venissero sempre considerati come i Giustiniani di Genova, anche la Sacra Rota non più tardi del 14 giugno 1839 appella Il marchese Vincenzo Giustiniani come: “Vincentius ex Nobilissima Ianuensi familia Justinianorum dynastarum olim Chij in mari Aegeo” .
La storia dei Giustiniani è da ricondursi, nelle sue origini, con le colonie genovesi nell’Egeo orientale, ora appartenenti alla Grecia: le isole di Chios (Hios o Chios), Samo (Samos), Enussa (Inousses), Icaria (Ikaria) Co (Kos), Lesbo (Lesvos), Santa Panagia e dei due insediamenti in Asia Minore di Focea Vecchia e Focea Nuova, appartenenti ora alla Turchia.
Su queste isole i Giustiniani esercitarono il loro dominio per circa 220 anni dal 1347 anno di fondazione della Maona vecchia, al 1566, anno della definitiva conquista Turca dell’arcipelago. In questi antichi possedimenti, sono ancora visibili le geometrie delle viuzze molto simili ai "carrugi" Genovesi, le torri d’avvistamento lungo la costa ed i resti di alcune delle 15 antiche fortezze su cui troneggiano ancora i fregi dello stemma dei Giustiniani. Purtroppo ben poca cosa è rimasto ai giorni nostri dei bei palazzi (”Archonticà”) , sia per il saccheggio dei Turchi nel 1566, sia per gli effetti devastanti di un terremoto che avvenne nelle isole Greche agli inizi del XX secolo.

  
Sono qui riprodotti le copie anastatiche dello stemmario Genovese Orsini Demarzo dove sono riassunti le principali date importanti per la storia della famiglia Giustiniani. La pubblicazione del seicentesco Stemmario, a cura di Niccolo’ Orsini De Marzo e di Michel Popoff, comprende un totale di 500 stemmi di famiglie patrizie genovesi e relative informazioni genealogiche. (Bibliografia nel link l'Armoriale delle famiglie italiane dove sono riuniti tutti i documenti utilizzati per la compilazione dell'Armoriale delle famiglie italiane con l'indicazione di dove reperirli e se eventualmente sono disponibili in PDF in rete).


NASCITA DELLA MAONA GIUSTINIANI

STORIA DELL’ISOLA DI SCIO PRIMA DEI GIUSTINIANI La prima colonizzazione Genovese di Chios nel XIII secolo. L'ascesa della famiglia Zaccaria.

Il declino della potenza genovese si manifesta nel XIV secolo, attraverso due eventi che da principio sembravano rilanciarla nel novero delle grandi potenze: l’instaurazione del governo popolare e l’inizio dell’attività delle Maone.
Nell’insufficienza e nel subbuglio del potere centrale, nascono nuove associazioni private volontarie per la tutela di particolari interessi politici ed economici, i cosiddetti “alberghi” dei nobili e i “conestagi” popolari, che sono simili alle consorterie che trecento anni prima avevano portato alla nascita del comune.
L’avventura di Chios comincia al momento dell’elezione del suo primo Doge nel 1339, Simone Boccanegra, dei “popolari”, discendente del primo capitano del popolo. Nel 1339, con l’avvento a Genova del dogato popolare, tutti i nobili furono esclusi dal governo e molti si rifugiarono in Oltregiogo e in Riviera, nelle ville e nei feudi, da dove non tardarono ad organizzare azioni armate e a sobillare il popolo contro il doge Simone Boccanegra. Nel 1344 il tentativo di pacificazione, con la creazione di un Consiglio dei Dodici, sei nobili e sei popolari, fallì e il 23 dicembre Boccanegra si dimise. Il 25 dicembre 1344, subito dopo la rinuncia del Boccanegra, viene eletto Doge Giovanni da Murta, che sotto l’arbitrato del Duca Luchino Visconti, riuscì a raggiungere un accordo tra i popolari e i nobili, che poterono tornare in città e riavere i beni sequestrati. Da questa amnistia furono però esclusi i fuoriusciti delle famiglie Fieschi, Grimaldi e Spinola, che si radunarono a Roccabruna (tra Monte Carlo e Mentone) e a Monaco, proprietà dei Grimaldi, ed iniziarono ad allestire un esercito di 10.000 uomini e una flotta di 34 galee per attaccare direttamente Genova. Murta si adoperò per pacificare la città con spirito equo ed onesto, dovette armare una piccola flotta di tre galere ed un corpo militare per domare la rivolta in alcune località della Riviera ed in un secondo tempo 12 galere sconfiggendo di nuovo i “nobili” arroccati a Ventimiglia.

Nel 1345, più o meno in concomitanza della perdita dei possedimenti di Chios e Focea nel Dodecaneso, il doge Giovanni De Murta indice un concorso per formare un armata di navigli per espugnare Roccabruna e Monaco divenuti il covo dei fuoriusciti avversari della Repubblica. A causa delle ristrettezze economiche in cui versava lo stato, la decisione iniziale di armare le navi per comune fu modificata e si ricorse ad armatori privati, con l’impegno di rifondere tutte le spese e gli eventuali dann1, offrendo come garanzia un reddito corrispondente a 20.000 lire annue in comperis locorum capituli civitatis eiusdem o in altri dazi. Si presentarono in quarantaquattro, sette nobili e trentasette popolari, pronti ad armare ciascuno una galea, ma quindici si tirarono indietro dopo la richiesta di 400 lire ciascuno come garanzia. Di contro la Repubblica s’impegnava a restituire il prestito concedendo i bottini di guerra a titolo di risarcimento di questa spedizione. Solo 29 dei candidati di loro riuscirono ad armare una nave (altri dicono 25). Questo gruppo si costituì attorno alla famiglia Giustiniani. La flotta fu armata da ben 6.000 uomini di cui 1.500 balestrieri. Il migliore armamento dell’epoca, visto che nelle flotte erano anche presenti i fabbri che garantivano una costante fornitura di frecce. Un cronista dell’epoca nota che tutti gli armati erano vestiti dello stesso panno, costituendo quindi una formazione militare regolare.
Il comando fu affidato, il 19 gennaio 1346, al popolano Simone Vignoso con il titolo di Precettore o di comandante in capo della flotta. (estratto del "libro quarto" della "Colonia dei Genovesi a Galata" riguardante la storia della conquista di Chios (descritta da Ludovico Santi)
La flotta era pronta ad essere utilizzata contro gli avversari della Repubblica, ma gli stessi intimoriti dalla poderosa flotta si rifugiarono a Marsiglia sotto la protezione del Re di Francia. Decisione non fortunata in quanto gli stessi furono invitati a partecipare alla guerra contro gli inglesi che li annientarono a Crecy.
La flotta si trovò quindi disoccupata ancor prima di cominciare, anche se a questo punto, si era già accumulato un credito per il suo allestimento ed il suo mantenimento. La spedizione non si era svolta e il governo avrebbe avuto il diritto di annullare il contratto, ma rifiutare l’indennità per le spese comunque sostenute avrebbe, con ogni probabilità, scoraggiato futuri aiuti allo Stato e, naturalmente, creato malcontento e opposizione. Viste le necessità della Repubblica di tutelare i suoi possedimenti in medio oriente, la flotta fu inviata nel maggio dello stesso anno nel levante, per difendere gli interessi commerciali Genovesi di Crimea a Caffa, tra cui i suoi ex possedimenti di Focea Vecchia e Focea Nuova, governati dagli Zaccaria con il titolo di Re dell’Asia Minore che erano stati ripresi dall’Imperatore Andronico II nel 1325. A queste si aggiunse anche l’isola di Chios, non posseduta dai Zaccaria ma di cui ne avevano il titolo di Principi. Sugli stessi territori gravava poi la minaccia Mongola di Jani-beg e le mire espansionistiche della Repubblica di Venezia.
L’eventuale conquista di questi territori, avrebbe poi permesso di saldare il debito contratto con i Giustiniani per l’allestimento della flotta con una concessione ventennale sugli stessi attraverso “tutti i comodi e le utilità di tutti i luoghi e le terre che sarebbero state acquistate dall’ammiraglio, dai capitani e dagli uomini delle galee” per l’intera somma dovuta loro come compenso pari a 203.000 lire genovine. Doveva essere quindi un rapporto di carattere feudale, una investitura provvisoria delle conquiste future.
La partenza per l’oriente, aumentata di 4 galere, avvenne il 24 aprile 1346. Prima di arrivare nell’Egeo la flotta Genovese fu impegnata per la difesa della città di Terracina dall’assedio del Conte di Fondi. La città non era in grado di resistere e si era offerta in sovranità perpetua a Genova. Le soverchianti forte Genovesi permisero una facile vittoria. Per la conquista fu riconosciuto ai Giustiniani un ulteriore credito valutato 3.600 fiorini d’oro. I dettagli di questo episodio sono narrati da Fabrizio Apollonj Ghetti sulla “Maona Giustiniani” nel volume “Destini di tre secoli”. La flotta proseguì verso Negroponte nell’Eubea dove Simone Vignoso ebbe notizia che la flotta Veneziana capitanata dal Delfino di Vienne si apprestava a conquistare i territori obiettivo della spedizione.
Le galee del Vignoso approdarono a Negroponte l’8 giugno, imbattendosi nelle navi della lega papale che miravano a consolidare il possesso di Smirne, ripresa nel 1344 e in quel momento minacciata dai Turchi. Le venti galee armate dal Papa, dal Re di Cipro, dai Cavalieri di Malta e da Venezia, avevano conquistato Smirne contro i Turchi Selgiuchidi sotto il comando di Martino Zaccaria ex Principe di Chios. Nel 1346, morto lo Zaccaria, Venezia aveva spedito un'altra squadra nell’Egeo al comando di Umberto II delfino di Vienna allo scopo di consolidare la conquista di Smirne e soccorre Caffa. Umberto II cercò in tutti i modi di convincere l’imperatrice Anna di Savoia vedova di Andronico III morto nel 1341, che faceva parte della spedizione, di cedergli Chios come base delle operazioni.
Umberto invitò Vignoso a collaborare, ma il genovese rifiutò, ritenendo che l’isola, come anche Focea, fosse di proprietà genovese, caduta in mano greca solo a causa di un tradimento. Umberto tentò quindi di corromperlo, offrendo 10.000 monete d’oro per lui e 30.000 fiorini d’oro per gli altri armatori, ma anche questa proposta fu rifiutata e Vignoso decise di veleggiare lui stesso alla volta di Chio. Tre galee precedettero l’ammiraglio, con l’incarico di avvisare il governatore dell’isola Giovanni Cibo dei piani di Umberto e di offrirgli aiuto e protezione a patto che inalberasse sul castello la bandiera della Repubblica e vi accogliesse dodici o quindici genovesi come ‘clienti’. Senza aspettare l’arrivo dell’ambasciata inviata dall’imperatrice reggente per negoziare una risoluzione pacifica, il governatore greco rifiutò l’offerta, affermando di essere in grado di respingere qualsiasi attacco.
Dopo questo inutile intervento diplomatico con i Greci che cercavano di mantenersi indipendenti, il Vignoso entrò nel porto di Chios il 16 giugno del 1346. In pochi giorni la parte meridionale, dove si concentrava la produzione del mastice, e sei castelli vicini furono occupati. Il 21 giugno iniziò l’assedio all’acropoli di Chio dove Cibo e i suoi uomini si erano trincerati. Sostennero il blocco per tre mesi, ma il 12 settembre 1346 furono costretti ad arrendersi per la fame. Lo stesso giorno, nella chiesa di S. Nicola all’interno della fortezza, furono firmati l’atto di resa e il trattato che avrebbe regolato le relazioni tra i Genovesi e i Chioti. La capitolazione fu firmata da Costantino di Chio, procuratore di Cibo, e da Vignoso e i suoi consiglieri a nome del Comune di Genova. Il 16 settembre, il Vignoso si dirige verso Focea vecchia, invitando alla resa la popolazione, che si rifiutò, sperando nei rinforzi da parte di un esercito turco. I Genovesi attaccarono, espugnando il castello dopo poche ore. Il governatore Greco dell'isola di Chios Colajanni Cibo (Ziffo) firma la capitolazione dell'isola a Simone Vignoso (atto di capitolazione di chios 12 settembre 1346). Cibo giurava fedeltà alla Repubblica, che gli concedeva la cittadinanza, l’amnistia per i fatti avvenuti nel 1329, la somma di 7.000 iperperi e l’immunità da tutte le tasse che sarebbero state imposte dal Comune (ad eccezione di quelle commerciali) per se stesso, suo fratello Costa e suo nipote Michele Coresi. Inoltre gli venivano confermati tutti i benefici ricevuti dall’imperatore, manteneva tutti i suoi beni ed era libero di abitare, lasciare o ritornare sull’isola. Il trattato con la nobiltà greca di Chio fu firmato, a nome di tutta la popolazione chiota, da membri delle famiglie nobili locali Argenti, Coresi, Cibo e Agelasto e, per Genova, da Vignoso e dagli armatori. Governati da un podestà genovese secondo le leggi della Repubblica e soggetti a questa esattamente come prima lo erano all’imperatore, gli abitanti continuarono a godere della libertà di culto e a mantenere le loro proprietà, privilegi e benefici. Duecento case all’interno del castello vennero subito occupate per potervi collocare una guarnigione, mentre le altre, destinate ad abitazione del podestà e del suo seguito, sarebbero potute essere affittate o comprate prima del 1 maggio 1347.
Il 20 settembre 1346 un corpo di spedizione comandato da Pietro Recanelli Giustiniani, luogotenente del Vignoso riconquista Focea Nuova, dove risiedeva il governatore bizantino Leone Petronas di Ninfeo. I suoi rappresentanti firmarono il giorno stesso l’atto di capitolazione, le cui condizioni erano simili a quelle proposte ai Chioti, ad eccezione di una clausola che vietava ai membri delle famiglie Zaccaria e Cattaneo di abitare, possedere beni e ricoprire cariche pubbliche a Focea e nei dintorni. Da questo momento la storia delle due Focee sarà legata a doppio filo con quella di Chio fino alla loro caduta nelle mani di Maometto II nel 1455.
Mentre si appresta a riconquistare Tenedo e Lesbo, il Vignoso deve tornare a Chios minacciata dagli imperiali. Il 9 novembre 1346, torna a Genova acclamato dalla folla. Il doge non avendo risorse per ripagare il debito contratto con i nuovi ammiragli, cede ai 29 armatori (“Mahonenses”), il 27 febbraio 1347, la giurisdizione civile e delle imposte di Chios (“proprietas et dominium utile et directum”) e il monopolio del commercio del mastice per 20 anni. Il testo della convenzione divide il governo dell’isola e delle due Focee tra il Comune, che si riserva sovranità e giurisdizione (merum et mixtum imperium), e gli armatori, che ottengono la proprietà, la gestione e i redditi che ne risultano (dominium utile et directum). I titoli di credito degli armatori erano ripartiti in azioni chiamate ‘luoghi’, al prezzo di 100 lire ciascuno, i quali potevano essere divisi, venduti o trasmessi ad altri membri della famiglia
La difesa e l’amministrazione delle colonie furono affidate esclusivamente ai Maonesi. La giurisdizione civile e militare, la proprietà dei tre capoluoghi (Chios e le due Focee) col diritto di nominarvi i podestà e i castellani, sempre d’accordo con i Maonesi. Questa è la prima formazione della Maona (detta poi la “vecchia”) che nel 1359 assunse il nome di Giustiniani per dare un suono esplicito al consorzio famigliare da loro creato. La Repubblica si riservava la sovranità sui territori conquistati, la giurisdizione suprema civile e criminale (merum et mixtum imperium et omnimoda iurisdictio) e la proprietà dei tre capoluoghi governati attraverso podestà e castellani, da lei nominati con l’assenso dei Maonesi. L’accordo, che era quindi una delega di funzioni statali ad una associazione privata, prevedeva il diritto di riscatto da parte della Repubblica: le 203.000 lire genovesi (7.000 lire per ciascuna galea) dovute ai Maonesi erano state convertite in azioni, che qualora riscattate entro venti anni avrebbero permesso al governo di Genova di ritornare in pieno possesso di quei territori. La validità della convenzione era inoltre vincolata alla permanenza al potere del governo popolare: in caso di rivolgimento politico sarebbe decaduta e i soci sarebbero stati sciolti da ogni vincolo di soggezione.
Le Maone nate come istituzioni private al servizio dello Stato, non potevano sempre avere una politica in linea con quella governativa. Alla pari delle future compagnie coloniali Spagnole ed Inglesi dovevano tener d’occhio la buona gestione ancor prima che la grandezza dello Stato. Un sistema che aveva degli indubbi vantaggi anche per Genova sul fronte diplomatico, nel poter disconoscere le azioni dei privati in caso di bisogno.

Durante l’assedio di Chios,  l’imperatrice Anna di Savoia aveva mandato l’ammiraglio Italiano Facciolati con poche navi Greche ad assalire i mercantili genovesi a Galata non potendo fronteggiare l’armata del Vignoso. Grazie all’insurrezione della città, la stessa Imperatrice fu costretta a pagare un indennizzo. L’anno successivo nel 1348, il nuovo imperatore Giovanni Cantacuzeno (Capo effettivo della ribellione che aveva portato al potere Andronico III, ne divenne il megas domestikos (comandante supremo delle forze armate). Morto Andronico il 15 giugno 1341 con il figlio Giovanni V di soli 9 anni, scoppiò una guerra civile tra Cantacuzeno e l’ imperatrice madre Anna di Savoia. Nel febbraio 1347 divenne imperatore grazie a un accordo con la reggente, secondo il quale avrebbe regnato da solo per 10 anni e poi insieme a Giovanni V Paleologo, il quale però nel novembre 1354 lo costrinse ad abdicare e prendere abito monacale, assumendo il pieno potere) chiese al comune la restituzione di Chios e Focea, mandando ambasciatore a Genova. Il Doge, astutamente emanò un provvedimento ma ben consapevole che la Maona non gli avrebbe ubbidito. Il Dodecaneso infestato dai pirati, è ora minacciato dai mongoli. Genova cerca la protezione imperiale, senza troppo penalizzare i suoi traffici. Impone un dazio alla Maona a favore dell’imperatore che la obbliga ad innalzare la bandiera imperiale. Si stabiliva che i Maonesi avrebbero mantenuto la città di Chio e goduto delle sue rendite per dieci anni a patto di pagare un tributo annuo di 12.000 pezzi d’oro all’imperatore, innalzare la sua bandiera, menzionare il suo nome nelle preghiere pubbliche e accettare un metropolita dalla chiesa di Costantinopoli. Il resto dell’isola, le fortezze e i villaggi, e anche i Greci che abitavano in città sarebbero stati governati dall’imperatore, che avrebbe inviato un eparca e deciso anche sulle dispute tra Greci, mentre quelle tra Greci e Genovesi dovevano essere portate di fronte alle due autorità, bizantina e genovese. Alla fine dei dieci anni i Genovesi avrebbero dovuto lasciare completamente l’isola. In realtà tale provvedimento rimarrà, di fatto, inapplicato.
Con l’aiuto del Genovese Giovanni Cybo, gli imperiali muovono per riprendersi il possesso dell’isola. Il Cantacuzeno favorito dalla popolazione riesce a riprendere le due Focee, ma fallisce la presa di Chios. Due navi genovesi al comando di Andrea Petrelli dirette a Costantinopoli, avendo notizia dell’assedio dei loro compatrioti, portarono il proprio aiuto. I Greci furono ancora una volta vittoriosi, ma ferito e ucciso Cibo, i Focesi ritornarono in patria e i Genovesi, rimasti signori dell’isola, si trovarono nella posizione ideale per ignorare le limitazioni della loro sovranità che l’imperatore cercava di imporre. Le relazioni con l’impero migliorarono invece con la sconfitta di Cantacuzeno da parte di Giovanni V Paleologo, il quale nel 1355 con la Bolla Aurea concesse l’isola ai Maonesi, insieme al diritto di battere moneta, in cambio di un tributo annuo di 500 iperperi. Il possesso legale non solo di Chio, ma anche di Samo, Enussa, Icaria, Psara e Focea fu riconfermato a Tommaso Giustiniani Longo e ai suoi soci nel giugno del 1367.
Al 1348 viene fatta risalire dallo storico Ph. P. Argenti ,anche una congiura contro i Maonesi, nella quale sarebbe stato implicato il vescovo metropolita greco. Il piano, che doveva essere attuato la domenica di Pasqua, fallì per un tradimento. I cospiratori furono arrestati, processati e condannati a morte. Il metropolita fu bandito e fu sostituito da un Dichaios, eletto dai Maonesi e, solo in un secondo momento, confermato dal Patriarca di Costantinopoli.
Nel Gennaio del 1350, muore il doge Giovanni da Murta per un epidemia di peste, diffusasi in Europa proprio a partire da Caffa in Crimea. La popolazione Europea viene decimata con una mortalità nelle città tra il 40% ed il 60%. Nello stesso anno scoppia una nuova guerra tra Genova e Venezia.
Nel settembre dello stesso anno trentacinque galee venete attaccano al largo di Chios quattordici galee genovesi comandate da Nicolò Dè Maineri, distruggendone dieci. Le restanti quattro, unite ad altre quattro comandate da Filippo D’Oria, riescono il 10 ottobre a distruggere 20 galee venete e ad espugnare il castello di Caristo, tornando a Chios cariche di bottino.
Nel maggio 1351 la repubblica veneta si alleò con l’imperatore Cantacuzeno, il quale si impegnava a fornire una flotta per attaccare i Genovesi nel Levante a condizione che i Veneziani sostenessero un terzo delle spese e che, se Chio fosse stata presa, sarebbe ritornata all’Impero. Venezia avida di vendetta, manda un altra flotta a riconquistare l’isola, ma la situazione politica muta rapidamente per l’incombente minaccia Ottomana. Il conflitto tra Genova e Venezia si ricompone, tanto che troviamo la Maona alleata con Venezia nella nuova lega contro i Turchi del luglio 1352.
I Maonesi, quasi tutti residenti a Genova dopo la spedizione, iniziarono presto ad appaltare la riscossione delle imposte ad una società, che si era formata nel 1349 per l’estrazione del mastice, e poi a vendere le azioni; nel 1358 l’isola era in mano ad otto uomini, dei quali solo Lanfranco Drizzacorne era uno dei soci originari della Maona.
A seguito di tutte queste vicissitudini la vecchia Maona non riuscì più ad essere efficacemente operativa a seguito di defezioni e vendite delle quote. La Repubblica Genovese non essendo ancora in grado di saldare il suo debito cercò un compromesso tra i vecchi creditori e i nuovi aventi diritto. L’8 marzo 1362 (il contratto della nuova Maona e la Repubblica Genovese ) fu stabilito che si formasse una nuova “società” cui sarebbe andato il governo e lo sfruttamento commerciale di Chios per dodici anni fino al 14 febbraio 1374 e che la “vecchia” Maona fosse liquidata dalla medesima mediante il pagamento del debito residuo vantato con la Repubblica nel 1347. Tale contratto aveva validità fino a quando a Genova fosse rimasto il governo popolare. La Repubblica si riservò il diritto di risolvere il contratto anticipatamente, fino al 27 febbraio 1367, con il pagamento del debito delle 203.000 lire genovine ai Giustiniani. Fu stabilita una prima proroga dal 26 febbraio 1370 al 26 febbraio 1374, dopo la quale il diritto sarebbe decaduto definitivamente, ma come vedremo in seguito alla fine divenne perpetuo.
Il 14 novembre 1362 nasce la “nuova” Maona dei Giustiniani sotto la direzione di Pasquale Forneto e Giovanni Oliviero. I soci fondatori erano dodici: Nicolò de Caneto de Lavagna, Giovanni Campi, Francesco Arangio, Nicolò di S.Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldi. I soci si uniscono in “albergo” abbandonando il loro cognome, escluso Gabriele Adorno. Denominati consocii ac conductores et emptores insule Syi et Folie Nove et aliorum locorum dependencium, i membri di dodici famiglie si dividono i redditi e le cariche dell’isola con la qualifica comune di Iustiniani, alla quale aggiungono l’avverbio olim e il loro vecchio nomen (ad esempio Giustiniani di Banca o «olim Longo» o «olim de Vignosi»). Gli Adorno lo tramutarono in Pinelli, nel 1528, con la riforma degli “alberghi” famigliari assunsero poi quello di Giustiniani. A questi dodici si aggiunge successivamente un tredicesimo: Pietro di S.Teodoro. A differenza dei primi Maonesi, che risiedevano quasi tutti a Genova ed erano rappresentati nell’isola da procuratori, la maggior parte dei Giustiniani fissò la propria residenza a Chio, inviando quando necessario a Genova proprie delegazioni. Anche se spesso si usano i termini ‘Maonesi’ e ‘Giustiniani’ come se fossero intercambiabili, “l’albergo dei Giustiniani non era la stessa cosa della Maona Nuova di Chio”. Vi erano azionisti che non appartenevano ai Giustiniani, e allo stesso modo, vi erano appartenenti all’albergo che non erano partecipi della Maona.
Già nel 1362, due quote furono acquistate da Pietro Recanelli Giustiniani che succedette a Simone Vignosi nella reggenza di Chios e ben presto divenne l’anima della nuova Maona. Pietro Recanelli era già una personalità molto in vista nella Genova di allora, a lui si fa discendere lo stipite Genovese dei Giustiniani, aveva sposato Margherita, figlia del Doge Gabriele Adorno. Nel 1350 a capo di una spedizione armata aveva ritolto Focea ai Greci. Si distinse a Smirne come luogotenente del Papa nel periodo 1361-1365, ammiraglio della Repubblica nei tumulti dei D’Oria nel 1365-1366.
Ai Giustiniani del 1364 (Lunghi, de Furneto, de Banca, Arangio, di Negro, de Campis, de Garibaldo, Adorno) vengono aggregati, in ordine cronologico, altre famiglie – de Rocha, de Castro, Recanelli, Maruffo, de Paulo, de Pagana, Bancalaro – a seconda delle compravendite o delle trasmissioni ereditarie dei luoghi . Finalmente, dal novembre 1373, si costituisce una societas di tredici appaltatori che si dividono 38 carati, in modo tale che si moltiplichino i possessori per pochi carati, fino ad un quarto di carato per i meno ricchi.
Tra varie vicissitudini, si ritireranno per vari motivi parecchi “azionisti”, anche se mantennero anche successivamente nel tempo il nome di Giustiniani.
D’ora innanzi la denominazione della Maona e dei suoi membri non cambia molto. Tre parole sono utilizzate nei documenti: emptores, conductores et participes civitatis et insule Syi, Folie nove et aliorum locorum, mentre si diffonde l’uso di designare un Maonese con il nome del padre (per esempio Franciscus Iustinianus quondam Raffaelis) e si perde il costume di riferirsi al vecchio nome della sua famiglia, segno forse di una maggiore coesione tra i membri dell’albergo. Nello stesso modo sparisce il riferimento alle due Focee e alle isole vicine, rimanendo solo quello alla mahona Syi, molto prima della conquista di Focea da parte degli Ottomani. Così costituito nel terzo quarto del Trecento, l’albergo Giustiniani non ha conosciuto grandi mutamenti nel corso del Quattrocento. Le qualifiche dei Giustiniani, rintracciabili nei documenti notarili fra Tre e Quattrocento, denotano un alto livello sociale: egregii viri, egregii domini, spectabiles et egregii domini, spectabili segnori governatori de la citta e izolla de Scio, vir egregius, vir prudens, discreti et sapientes viri.


LA STORIA DEI GIUSTINIANI DI SCIO DAL 1363 AL 1566

L’8 giugno 1363, l’imperatore Bizantino Giovanni V Peleologo rinuncia definitivamente al suo potere sulle isole e cede ai Giustiniani i diritti su Chios, Samo, Enussa, Santa Panagia e Focea che era diventato uno degli empori più fiorenti dell’Asia Minore, conferendo ai Giustiniani i titoli di Re e di Despota, alla greca, riconfermando ai “nobiles viros” Giovanni Oliviero, Raffaele de Forneto e Pietro Recanelli il possesso nelle forme e nei modi con cui l’avevano avuto gli Zaccaria, cioè «secundum rationem stirpis: videlicet ut eam transmittant in filios ex eorum lumbis procreatos veros heredes et successores; vel etiam in alios, quos ipsi voluerint». Oltre al possesso dell'isola, fu concesso anche il diritto a batter moneta in cambio di un tributo annuo di 500 iperperi. Tale concessione fu poi rinnovata per altri quattro anni il 14 giugno 1367 a Tommaso Giustiniani.
Questo è il testo della “Bolla Aurea”, tutt’ora conservata, quale si rapporta de verbo ad verbum, che concede ai Giustiniani il possesso dell’isola di Chio ed il titolo di Principi:
BOLLA AUREA “Cum apparuerint Nobiles Viri genuenses Dominus Io: Oliverius, Dominus Raphael de Forneto, et Dominus Petrus Recanellus recti, et boni erga nostrum imperium, et ostenderint benevolentiam, prebuerintque; fidelitatem erga dictum nostrum Imperium, qualem dederunt ea de causa. Voluti quoque maiestas nostra, atque decrevit eos beneficio afficere, dareque ipsis Insulam chii, quocirca cum prelibati Viri Nobiles requisiverint, ut in huius donationis robur et testimonium ipsis concederetur bulla aurea Imperialis declarans raram, et firman tandem gratiam, et beneficium Maiestatis nostrae, ac in super declararet infrascriptam constitutionem, et concordiam, quam horum causa Maiestas nostra cum ipsis constituit et sancivit: huic supplicationi, et precibus dictorum Dominorum Maiestas nostra prompte annuens hanc bullam auream, et mandatum eis concessit, et elargitur, cuius tenore placet suae Maiestati; costituit, ordinat, et beneficio affict prelibatos Nobiles Viros, et eis donat ipsam Insulam Chii cum civitate, et Castris ommibus, quae in ea sunt, et omni eius habitatione, et districtu, ut eam videlicet ut eam transmittant in filosea corum lumbis procreatos veros heredes, et successores, vel etiam in alios, quos ipsi voluerint; coeterum debebunt prelibati Viri a presenti tempore, et in posterum singulis annis adferre, et numerare in a Deo custoditum vestiarium Imperii nostra praexcelsa Urbe Constantinopoli de mense May, vel Iunij uno quoque anno perpera quingenta; Itaque vi, et vigore presentis bullae aureae, et mandati Imperii nostri habebunt, et possidebunt prelibati Viri ipsam Insulam Chij cum eius Civitate, et omnibus Castris, et omni habitatione, et districtus secundum rationem stirpis et generis cum facultate cam transmittendi in suos filos, et erede, vel etiam alios, quos voluerint, quocirca, et ipsi Nobiles viri, vel etiam alij Genuenses in subsequentes annos lucri facient, accipient fructus, et reditus ab ipsa Insula Chij provenientes, et suos facient, absque eo, quod alici omnino teneantur reddere rationem: ad haec si fortem cotigeriti, ut Majestas nostra, aut aliquis ex foelicis memorie Imperatoribus, progenitoribus nostris auteam donaverit per bullam auream, seu mandatum aliquibus Grecis, vel Genuensibus, vel onmino aliis aliqua iura, et reditus eiusdem Insulae Chij, sit eiusmodi donatio irrita, et omino cassa, et inanis. In quorum firmissimum robur facta est prelibatis Nobilibus Viris presene bulla aurea, et mandatum Imperialis Maiestatis nostrae concessa septima presentis mensis Junij nunc currentis Octavae Indictionis sexies, millesimo trecentesimo sexagesimo tertio. Ionnes in Cristo fidelis Imperator, et moderator Romeorum Paleologus.”
Questa conferma era stata necessaria, perché qualche anno prima nel 1348 l’imperatore Giovanni Cantacuzeno aveva richiesto l’isola di Chios ai Genovesi, i quali l’anno prima, esattamente il 12 febbraio 1347, l’avevano ceduta in dominio utile con le isole di Samo, Nicaria, Demussa e Santa Panagia ai Giustiniani, ed avevano ad essi concesso anche il privilegio di batter moneta “quod posset dictus potestas (Syu) nomine comunis Ianuae cudi et cudi facere in insula Syi monetam argenti de liga”. Privilegio rinnovato il 15 settembre 1439, il quale esclude ogni dubbio circa la sovranità piena ed intera dei Giustiniani sull’isola. L’ultima moneta coniata a Chios porta le iniziali di “V.I.” (Vincentius Iustinianus) ed è del 1562.

Avvicinandosi la scadenza del tempo utile, nel novembre del 1373 il Comune ricorse ad uno stratagemma per poter pagare completamente il debito e riacquistare l’isola. Lo Stato prese in prestito il denaro necessario dai singoli Maonesi e con un atto separato estinse il debito verso gli stessi, questa volta considerati nella veste di azionisti della Maona, che cessava così di esistere anche se si continuerà ad utilizzarne il nome.
Il debito ora era nei confronti di singoli individui, ma la Repubblica si trovava sempre nell’impossibilità di saldarlo (anche a causa delle spese per la spedizione a Cipro) e fu quindi firmato un nuovo accordo. Ai creditori venivano date in concessione per vent’anni le isole appena riscattate, con tutti i diritti inerenti, e i 2.030 loca della vecchia Maona per un valore di 100 lire ciascuno, in cambio del mantenimento del merum et mixtum imperium et omnimoda iurisdictio e di un pagamento annuale di 2.000 fiorini, con un anticipo di 14.000, equivalente a sette anni. Tra il 21 novembre 1391 e il 21 novembre 1393 la Repubblica avrebbe avuto la possibilità di recuperare i territori pagando 152.250 lire; in caso contrario avrebbe mantenuto solo la giurisdizione e la sovranità su Chio (come negli accordi precedenti), oltre al diritto di continuare a ricevere il tributo annuo di 2.000 fiorini. La condizioni dell’erario pubblico non migliorarono e nel marzo 1380 il Governo fu costretto a ipotecare per 100.000 lire alcune rendite, tra le quali il censo annuo pagato dai Maonesi. Il 28 giugno 1385, in cambio di un prestito di 25.000 lire genovesi e di un censo annuo di 2.500 lire, la convenzione fu prorogata.
Non potendo rimborsare il credito, il dominio della Maona Giustiniani fu poi ulteriormente protratto dalla Repubblica di Genova, in momenti diversi fino al 21 novembre 1418. L’analisi delle diverse convenzioni tra il Comune e la Maona dei Giustiniani pone diverse domande: perché, se non per l’insufficienza finanziaria cronica della Repubblica, l’isola è rimasta durante due secoli proprietà e base delle risorse di un gruppo di privati? Perché la rivolta del 1408, se non per creare una signoria autonoma ed eliminare i versamenti dovuti al Comune? Soprattutto, richiedeva di essere chiarito il mantenimento del dominio genovese per più di cento anni dopo la caduta di Costantinopoli. L’isola di Chios è stata considerata un ponte, una cerniera tra l’Occidente cristiano e il mondo turco, che aveva bisogno di legami commerciali con le potenze occidentali.

Il governo dei Giustiniani, non fu in ogni modo sempre continuo. Durante la guerra con Venezia nel 1379, Focea Vecchia fu momentaneamente conquistata dai Veneti. Anche nei rapporti con Venezia i rapporti non furono sempre di contrapposizione, nel 1388 si formò una lega decennale contro i Turchi composta dal comune di Pera, la Maona di Chio, Francesco Gattilusio signore di Lesbo, gli Ospitalieri di Rodi e il re di Cipro Giacomo I.
Nella metà del XIV secolo il centro dell’Asia minore sfugge al controllo dei Mongoli e si affacciava sulle coste Turche un nuovo terribile nemico: gli Ottomani, ostili e diffidenti nei confronti dei Genovesi.
L’instabilità politica di Genova facilitò l’ascesa e le pretese delle colonie e delle maone utilizzate da Genova anche per scopi diversi da quelli di sfruttamento coloniale, come nel 1378, quando sotto il peso dei costi della guerra di Chioggia, il comune utilizzò la Maona per coprire l’operazione diinfeudazione della Corsica a sei cittadini chiamati promiscuamente “Mahonenses, Feudatarii, Apaltatores” che poi si ridussero al solo Leonello Lomellino nel 1405. Dall’inizio del XV secolo, le Maone non hanno più come scopo la conquista di nuove territori, ma la conservazione di quelli già posseduti.
Genova controlla il Mar Nero attraverso Galata e l’isola di Tenedo ma per le medesime ragioni commerciali devono ogni volta confrontarsi con i Veneziani e con gli imperatori Bizantini. Proprio in questo momento emerge la figura di Francesco Gattiluso, che sposando la sorella di Giovanni Paleologo ottiene l’isola di Lesbo come dote. Qualche anno prima nel 1386 la grande città di Enos si aggregò spontaneamente ai domini del Gattiluso e ben presto di aggiunse l’appalto di Focea vecchia (anche se sotto il dominio formale dei Giustiniani), e più tardi tutte le altre Sporadi settentrionali: Taso, Lemno, Imbro e Samotracia. I Gattiluso hanno il grande pregio diplomatico di assimilarsi ai costumi Greci, sono vassalli di Bisanzio, parenti della casa imperiale e adottano per i loro figli nomi greci.
Nel 1380 i giannizzeri di Murad I e Rajasid I avevano tolto alla Maona l’isola di Samo. Vista la pressante potenza Turca, Focea Vecchia e Focea Nuova dovettero aprire le loro porte agli Ottomani.

Nel 1403 l’egemonia del medio oriente passò nuovamente ai Mongoli, con l’ascesa del suo condottiero “Temur lo zoppo” detto il “Tamerlano” che riuscì a riunire gli smembrati regni mongoli. Nel 1402 ad Angora inflisse una dura sconfitta agli ottomani. Tutta l’Asia minore fu spazzata più che dai Mongoli dal terrore degli stessi. Il Tamerlano morì poco dopo nel 1405 e così, come rapidamente era cominciato il suo dominio, così terminò rapidamente, ed gli Ottomani ripresero l’egemonia dell’Egeo.

La Maona si garantì ancora una certa indipendenza pagando un forte tributo agli Ottomani di circa 4.000 ducati. Una consuetudine normalmente seguita con altri popoli dell’Asia per assicurarsi la loro benevolenza.
Nel quattrocento, cambiano le modalità di gestione delle colonie, non più direttamente controllate dal Governo di Genova, ma per lo più dalla Casa di San Giorgio che rileva i debiti del comune nei confronti di gran parte delle Maone e degli amministratori delle colonie. Così fu per Famagosta, per la Corsica e per molte altre colonie del Mar Nero.
I Giustiniani beneficiano di molti spazi di prestigio: palazzi a Genova, specialmente nella zona tra la Chiavica, il carrubeus Crucis e la Platea Longa, case ad Albaro, giardini e case nella Valbisagno, parecchie sepolture a Santa Maria di Castello (La Chiesa dei Giustiniani) Santa Maria di Castello, nelle chiese di San Francesco e di Santa Tecla. Le assemblee dell’albergo, almeno per i nove governatori residenti a Genova, si fanno « nella solita volta », che nel 1404 appartiene ad uno di loro, Ottobuono Giustiniani, o nel chiostro dei canonici di San Lorenzo. Ma non si può parlare di una continuità di residenza, un’istanza normativa per gli altri alberghi genovesi di cui i membri si impegnano a vivere in palazzi attigui e a non alienare le case di un parentado ad estranei. A Chio, invece, lo spazio intorno alle mura sembra accogliere tutte le case dei Giustiniani, poiché nessun documento si riferisce ad abitazioni al di fuori della cinta muraria, almeno durante il primo secolo del loro insediamento nell’isola. La coerenza d’insediamento sembra totale: i dodici governatori della Maona residenti a Chio si radunano sempre nella vicinanza del palazzo del podestà, o nella torre vicina alla barbacane o nel palazzo stesso. Più specificamente si deve cercare le ragioni dell’aggregazione delle famiglie maonesi nell’affinità economica. L’albergo sembra essere nato per cementare una solidarietà già maturata sul terreno degli interessi economici e fiscali: prima il rimborso delle spese di armamento della flotta del 1346, poi lo sfruttamento delle risorse principali di Chio e di Focea, il mastice e l’allume. I Giustiniani dominano uno dei più importanti traffici commerciali del mondo medievale e nessun altro albergo genovese può competere con esso a questo livello di attività economica. Ne risulta una ricchezza ben ovvia, considerando la tabella della distribuzione delle fortune secondo l’avaria del 1466: l’albergo dei Giustiniani è quello dall’impronta più plutocratica di tutti.
Non c’è grande spazio tra il potere economico e quello politico. La spartizione dei redditi va di pari passo con la spartizione delle cariche pubbliche. Tra gli alberghi popolari, i Giustiniani arrivano al primo posto per il numero dei loro membri eletti fra gli anziani (dal 1400 al 1528) e per i consiglieri di San Giorgio (fra 1425 e 1528), con 5,4% e 6,1% del totale rispettivamente. A Chio quasi la totalità degli uffici viene riservata ai Maonesi: nei primi anni della dominazione genovese solo le cariche di governatori e di massari, poi tutte le cariche dell’isola, dopo la fondazione della Maona nuova, sono sorteggiate e ripartite in dodici parti per dieci o dodici anni. Ognuno tra i Giustiniani riceve una carica ogni anno diversa da quella dell’anno precedente: può esercitarla personalmente o delegarla ad un terzo, conservandone pure i redditi relativi 30. Ne risulta un elevato turn-over delle cariche, al di fuori di quella del podestà designato nella madrepatria. Con queste caratteristiche l’albergo Giustiniani somiglia agli altri alberghi genovesi, ma allos stesso tempo se ne distingue. Costituito dall’aggregazione di famiglie che condividono gli stessi interessi politici ed economici, cresciuto con nuove famiglie che via via si aggiungono, l’albergo, pur non molto diverso dalle altre associazioni di questo genere tipico della società genovese, tuttavia riveste anche caratteristiche proprie. Prima di tutto, la spartizione per competenze dell’insediamento: una parte delle famiglie a Genova, un’altra residente a Chio. La lentezza delle comunicazioni non aiuta i membri dell’albergo a definire e ad applicare una politica coerente: lo si vede nel 1414, durante la guerra civile tra i partigiani degli Adorno e quelli dei Montaldo, quando l’albergo si divide in due rami, l’uno favorevole al doge Giorgio Adorno, l’altro a Battista Montaldo. Ora i Giustiniani cercano una mediazione tra i due campi, ora si arruolano in uno dei due 31. Seconda differenza essenziale: nessun albergo come quello dei Giustiniani ha ricevuto l’amministrazione di un territorio coloniale che gestisce in un modo quasi autonomo. Difatti le diverse convenzioni concluse con il Comune fanno dell’albergo uno stato nello Stato, che può determinare la politica estera genovese, particolarmente nei riguardi agli Ottomani: ne risulta una potenza e una ricchezza senza corrispettivo nel mondo dei potentiores genovesi. In questo modo l’albergo dei Giustiniani non è tanto un modello, quanto un’eccezione.

Con la caduta del Governo “popolare” a Genova, il governo passò al re di Francia Carlo VI di Valois e il maresciallo Jean Le Meingre detto Boucicaut, nominato governatore nel 1401, approfittando di un articolo della convenzione stipulata con la Repubblica, del 1347 e 1362, relativa al decadimento dei diritti di Genova sull’isola, qualora fosse venuto meno il governo popolare, i Maonesi si ribellarono ai rappresentanti del Re di Francia che avevano assunto la Signoria di Genova. Il 21 dicembre 1408 deposero il Podestà e gli altri ufficiali e proclamarono la loro indipendenza.  In previsione di una reazione da parte della madrepatria, venne imposto ai commercianti di Chio un prestito forzato di 15.000 ducati e si mandò un’ambasceria a Venezia, chiedendo un ulteriore prestito di 20.000 ducati e forniture di armi.
Il nuovo governo filo-Francese, riconquista Chios dopo solo sei mesi dalla proclamazione dell'indipendenza, il 18 giugno 1409 con una spedizione comandata da Corrado D’Oria. In pochi giorni la maggior parte del territorio fu riconquistato e i cittadini asserragliati nel castello si arresero il 30 giugno. Il condottiero cercò un compromesso con i Giustiniani per impossessarsi del controllo personale dell’isola, pretendendo per la “libertà” dei soci della “Maona”, le quote dei maggiori azionisti. Un paio di mesi più tardi, all’inizio di settembre, i Genovesi si ribellarono e i Francesi furono espulsi da Genova, grazie all’aiuto del marchese di Monferrato Teodoro II, il quale tenne il potere a Genova dal 1409 al 1413 e annullò le misure prese dal suo predecessore riguardanti Chios. Mediante un abile opera diplomatica, il conflitto fu ricondotto e la “ribellione” presto dimenticata, anche per l’estremo valore della Maona nella difesa degli interessi commerciali di Genova da pirati e Ottomani. Genova inviò a Chios una piccola flotta per dimostrare la sua sovranità, ma non ce ne fu bisogno, in virtù di un nuovo compromesso il quale limitò ulteriormente l'autorità della Repubblica sulla Maona.
Questo fu l’ultimo atto di autorità della Repubblica sui suoi possedimenti di Oltremare, che da allora ebbero una autonomia praticamente illimitata, frutto più dalla debolezza della madrepatria piuttosto che dalla forza delle colonie, una soluzione che finì per nuocere a tutti.
L’ 11 marzo 1413, cinque anni prima della scadenza, la convenzione tra Maonesi e Genova venne rinnovata per altri 29 anni (per cui il diritto di riscatto sarebbe stato esercitabile tra il 21 novembre 1445 e il 21 novembre 1447), mantenendo il tributo annuo di 2.500 lire genovesi e aggiungendo un nuovo prestito di 18.000.

A partire dal XV secolo, quasi tutte le colonie videro lentamente inaridirsi le fonti di ricchezza economica. L’inizio della decadenza, non impedì comunque a Pera, Chios e Famagosta di abbellirsi e di abbagliare i forestieri di passaggio con la bellezza dei loro palazzi. Ciriaco d’Ancona, umanista-mercante percorse tutto l’Egeo a scoprire i monumenti della Grecia classica. Andriolo Banca, grazie al suo sapere divenne amico di Eugenio IV e cantò in versi la guerra contro Venezia del 1431 (Cyriac of Ancona: later travels di Edward W. Bodnar una raccolta delle lettera dell'umanista sui suoi viaggi in Oriente)
La Maona riuscì ugualmente a mantenere una certa prosperità nei commerci e nel controllo dell’arcipelago, con abili giochi di alleanze con gli Stati concorrenti: Venezia e il Regno di Rodi, contro il pericolo comune degli Ottomani.
Giovanni Adorno Giustiniani, figlio del Doge Giorgio e successivamente Percivalle Pallavicini sono a Costantinopoli come ambasciatori alla corte Ottomana di Maometto I. I Gattiluso e i Giustiniani nel 1416 prendono parte ad una spedizione vittoriosa dello stesso Maometto I contro il Principe Selgiuchide di Smirne Djonneid. Dopo la vittoria i Maonesi ottennero dal sultano la garanzia della sicurezza e dell’ indipendenza delle loro isole e la libertà di commercio con tutti i possedimenti ottomani in Europa e in Asia, in cambio di un tributo annuo (kharadj) di 4.000 ducati d’oro.
Con la pressione degli Ottomani dopo il 1420, i Giustiniani videro progressivamente calare i proventi della produzione locale del mastice del vino e della seta. Il gettito dell’imposta portuale calò da lire genovine 1.942,10 nel 1408, 1.700 lire genovine nel 1424. Quanto a Focea, lo smercio del suo allume fu reso sempre più problematico per la crescente concorrenza dei minerali estratti da tutti i paesi Turchi, per opera di un recente cartello dei Gattiluso, che aveva appaltato molte nuove miniere di allume in Asia ed in Europa, tra cui quelle di Ipsala sulla Màriza che incanalavano i loro prodotti per l’esportazione lungo il fiume Enos. Questa circostanza, e la costante prosperità agricola delle isole fecero si che i Gattiluso fossero forse i soli esenti dalla crisi tra i Genovesi dell’Egeo.
Ma non sempre le forze latine sono compatte di fronte il comune nemico. Non di rado assistiamo ad alleanze miste come quelle genovese-turca come in passato quelle con gli Egiziani, non frutto di un disegno politico statale ma piuttosto frutto dell’iniziativa dei singoli per tornaconto personale, più che per guadagno territoriale per riduzione del pesante tributo imposto per continuare a commerciare in quelle terre.
Questa alleanze “personali” portarono alle estreme conseguenze nel 1444, quando durante la crociata di Papa Eugenio IV, legni privati genovesi, al soldo degli Ottomani, permisero di sconfiggere i cristiani a Varna il 10 novembre, dopo l’iniziale vittoria di Nish. Il sabotaggio della crociata acuì il disagio dell’Europa nei confronti dei Genovesi.
L’errata ed innaturale alleanza con i nemici di fede e di razza fu causa altrettanto grave quanto la corruzione dei funzionari coloniali e la decadenza economica delle colonie. I Turchi erano ben altri avversari che gli Egiziani di inizio millennio. Finchè il Sultano era disposto a far vivere le colonie pagando un tributo era un sacrificio che le Genovesi e Veneziani potevano sopportare, se paragonato al costo di una guerra e alla rovina dei traffici durante i combattimenti.
E’ in questo periodo che gli Ottomani lavorano al potenziamento della loro flotta, che fino ad allora era assolutamente insufficiente come mezzi e come preparazione marinara rispetto ai remi Italiani. Ad uscire da questa inferiorità, paradossalmente, furono aiutati proprio dai stessi tecnici e militari delle due repubbliche Genovese e Veneziana, che abbandonarono le loro patrie per contribuire, per denaro, al progresso bellico degli Ottomani.
Nel 1431 la guerra tra Veneziani e Fiorentini contro il duca di Milano coinvolse anche Genova (dal 1421 al 1435 soggetta a Filippo Maria Visconti) e le sue colonie. Nel novembre di quell'anno scoppia una nuova guerra con Venezia. Una flotta di trenta navi Veneziane con alla testa Andrea Mocenigo e Dolfino Venier e Scaramuzza da Pavia stringono d’assedio Chios, mentre i Genovesi cercarono di rifarsi sui Veneti di Tana. La Maona dispone nella fortezza di Chios assediata di solo 300 armati capitanati da Leonardo di Montaldo, ma resiste stoicamente ai ripetuti attacchi delle soverchianti forze nemiche. Nel giorno di Natale 1431 attirando il nemico nel porto difeso solo da mercantili, lo aggira sferrando un poderoso e vittorioso attacco contro i Veneti, colti di sorpresa. L’assedio a Chios fu tolto il 17 gennaio 1432. In aprile, Andrea De Marini sconfigge definitivamente i Veneziani nel Dodecaneso. Mocenigo e Venier di ritorno a Venezia sono giustiziati per aver mal condotto l’assedio alla fortezza di Chios. Nello stesso anno, la definitiva pace tra Genova e Venezia, anche perché il nemico comune Ottomano si faceva sempre più pressante nei possedimenti delle Repubbliche nell’Egeo. Venezia per l’occasione seppe trovare validi alleati come il turcomanno Uzun-Hassan allora padrone della Persia. Genova, governata dal Visconti, chiese anche aiuto al Sultano Turco Murad II per la difesa di Chios, contro la “gens superbissima Venetorum”. Cosa che per fortuna non fu necessaria in quanto la Maona riuscì a difendersi da sola,  ben dieci giorni prima che la sola notizia dell’attacco giungesse a Genova.
Quattro anni dopo, il 17 dicembre 1436, l’accordo tra Giustiniani e Comune di Genova su Chio fu prorogato per altri 29 anni, fino al 21 novembre 1476, con possibilità di riscatto negli ultimi due anni, in seguito ad un nuovo prestito di 25.000 fiorini. In occasione della guerra con Venezia, i Genovesi avevano scritto al sultano Maometto II (1444-1446, 1451-1481) affinché impedisse ai Veneziani la costruzione di una fortezza a Tenedo; richiesero inoltre aiuti che furono concessi ai Maonesi. Queste relazioni pacifiche vennero messe in pericolo dalle iniziative dell’autorità papale contro i Turchi.
Il disastro di Varna tolse alla cristianità le ultime velleità di difesa delle roccaforti latine in oriente ed anticipò di qualche anno la caduta di Bisanzio. I Genovesi si trovarono a dover bilanciare i bisogni e le richieste della Santa Sede con quelle dei Giustiniani di Chio, i quali non potevano dichiararsi apertamente nemici dei Turchi e incorrere nella loro ostilità.
Alla battaglia di Costantinopoli, che ebbe il suo epilogo il 29 maggio 1453, ci si arrivò dopo un anno di assedio da parte dei turchi, da quando cioè, il 14 aprile 1452, il sultano Maometto II fece iniziare i lavori per la costruzione di una fortezza militare sulla sponda europea del Bosforo, a pochi chilometri da Costantinopoli.
Il sogno di Maometto II era quello di conquistare la città per farne la capitale dell'impero ottomano. Anche suo padre, Murad II, aveva tentato in passato la conquista, ma venne respinto. Quando l'imperatore Costantino XI succedette nel 1448 a suo fratello Giovanni VIII, Costantinopoli era una città quasi in rovina, abbandonata da metà della popolazione, con scarsi commerci a garantirle la sopravvivenza. Era considerata imprendibile, dato che era circondata da alte e spesse mura, e fino all'avvento di Maometto II aveva saputo respingere molti tentativi di invasione. Quando ancor prima del 1453 la situazione si fece seria, Costantino XI si rivolse all'Occidente perché si assumesse l'onere e l'onore di difendere la capitale d'Oriente. Egli offriva, in cambio di truppe e di navi, l'unione delle due Chiese, l'orientale e l'occidentale, che però non convinse i principi della cristianità, sempre divisi da discordie tra di loro.
Nel marzo del 1453 Maometto II pensò di essere pronto. Intorno a Costantinopoli aveva concentrato un esercito di circa centoventimila uomini. Inoltre poteva contare su centoquarantacinque navi e su potenti artiglierie.
Pur continuando a essere grande dal punto di vista storico, da quello politico Costantinopoli non lo era più. Invece per Maometto fu grande sia in un senso che nell'altro. Gli parve che la città imperiale fosse la quintessenza della vita. Possedere Costantinopoli significava essere padrone del mon do civilizzato, oltre che farne parte: da tempo immemorabile il suo aureo splendore ingolosiva i nomadi.
Il sultano dei turchi credeva che il titolo di imperatore dei romani fosse legato al possesso di Costantinopoli e sperava che conquistandola avrebbe acquisito legittimità agli occhi degli europei, poiché sapeva che essi lo consideravano un barbaro. Non solo desiderava impadronirsi di una celebre metropoli, ma ambiva al «riconoscimento sociale», prova ne sia il suo tentativo di negare l'ascendenza turca e di millantarne una comnena.
Venezia, che considerava Costantinopoli un'enorme azienda commerciale, non sapeva se aiutare o no la città minacciata. Da un lato temeva per i possedimenti che aveva sul Corno d'Oro, dall'altro però non voleva guastare i favorevoli rapporti commerciali instaurati con gli Ottomani. Genova, che abitava nel quartiere di Pera, reagì in maniera altrettanto indecisa. Pur lasciando ai propri mercanti piena libertà di schierarsi prò o contro i turchi, ordinò contemporaneamente al podestà di Galata di trovare con Maometto un accomodamento che garantisse l'in violabilità dei beni genovesi. I ragusani, presenti a Costantino poli da quando i latini erano stati scacciati, avrebbero appoggiato Bisanzio soltanto se si fosse costituita una grande coalizione cristiana contro i turchi.
Neppure Inghilterra e Francia sarebbero potuti venire in soccorso, in quanto ambedue erano appena uscite dalla guerra dei cento anni.
Il Papa, che aveva invano scongiurato Federico III di aiutare la città minacciata, dovette alla fine contentarsi di inviare sul Bosforo un legato con qualche centinaio di armati. Risultato: l’Europa piantò in asso Costantinopoli, il mondo cristiano aveva cancellato dalla memoria la sua antica capitale. L'occidente aveva ben altro a cui pensare. La città sul Bosforo dovette fare ricorso alle sue poche forze militari.
Nel porto di Costantinopoli c'erano navi veneziane, ai cui capitani non reggeva il cuore di abbandonare la città minacciata; quindi misero gli equipaggi al servizio dei bizantini. Da Genova, all'ultimo momento, era giunto con 700 mercenari il celebre capitano di ventura GIOVANNI GIUSTINIANI LONGO (segnalo un interessante romanzo sul personaggio che descrive anche abbastanza bene la storia dei Giustiniani di La caduta di Costantinopoli. Il Capitano Giovanni Giustiniani A.D. 1453 di Giorgio Bertone edito da ERGA nel 2017) ; che voleva provare il brivido dell'assedio, ricordato anche nelle memorie di Lord Byron nell’ottocento. In tutto c'erano quindi 2000 stranieri.
Da parte sua Costantinopoli aveva meno di cinquemila Soldati. Veramente poco per difendere ventidue chilometri di mura dall'assalto di centoventimila musulmani. Per essere precisi, poteva contare su 4973 uomini abili alla guerra, un'inezia, se si pensa al milione circa di abitanti che aveva ai tempi di maggior splendore. Anche la flotta era assai malridotta: c’erano otto navi Veneziane, cinque Genovesi, una di Ancona, una di Barcellona e una di Marsiglia ed altre dieci più piccole bizantine, per un totale di 26 navi che restarono per tutto l'assedio ormeggiate al porto. Armi e munizioni: poche colubrine, scarse quantità di polvere e qualche antiquatissima catapulta.
Un piccolo contributo dall'Europa quella delle libere repubbliche, in uno scontro tra civiltà libertà contro bestialità e oppressione, la libertà del mediterraneo morì praticamente con Costantinopoli.
L’estrema difesa di Costantinopoli restituisce parzialmente l’onore a Genova. Sulle mura combattono Greci, Latini, Veneziani e Genovesi. Tra essi citiamo: Maurizio Cattaneo che forzò temerariamente gli Stretti ed il Corno d’Oro per portare soccorso a Costantinopoli con le sue tre navi e Giovanni Guglielmo Giustiniani Longo Giustiniani, il miglior condottiero della città, che non tardò ad assumere il comando supremo delle operazioni. L’ex corsaro fu l’anima della difesa saldo come un diamante al fuoco scrisse il cronista Greco Calcocondila, ma pur provenendo da Chios, combatteva per proprio conto e non per i Maonesi, con la promessa del Ducato di Cipro.
Il 29 maggio 1453 cade Costantinopoli, sempre rimasta indenne nella cerchia delle sue mura poderose, nonostante i ripetuti assalti avvenuti in precedenza. In quella terribile notte Giovanni Giustiniani Longo si adoperò senza posa a far chiudere le brecce nelle mura. Vicino alla Porta di San Romano, dove la muraglia era completamente in rovina, egli innalzò per mezzi di fasci di arbusti un nuovo vallo, dietro al quale si trincerò in un fosso. Giustiniani, era una vera torre nella battaglia e perciò un bersaglio costante dell'astio dei suoi avversari. La fama del suo coraggio si dice essere arrivata fino al sultano, il quale cercò invano di corromperlo. Ma di fronte alla pietosa condizione delle mura, che crollavano da tutte le parti, tutta la prudenza e la risolutezza del genovese e dei suoi aiutanti fu vana.
Resta memore la disputa di Giustiniani durante la battaglia con Lucas Notaras il Grande Duca sotto l' Imperatore Costantino Paleologo per una frase che il Giustiniani disse, sembra  in dialetto veneziano, arrabbiatissimo al Duca impugnando un coltello: ''O traditor -scrive Zorzo Dolfino-et che me tien che adesso non te scanna cum questo pugnal!'', per il fatto che Notaras ritardava apposta il rifornimento dei cannoni richiesti al punto più cruciale della battaglia. La frase drammatica è riportata anche nell'opera della Storia nazionale Greca ( Istoria tu Elliniku Ethnus) dello storico greco Paparigopoulos nell'edizione del 1932. Per l'intervento dell' Imperatore stesso la disputa si spense.
Proprio mentre il coraggio stava già tornando tra le file dei cristiani, si diffuse la spaventosa notizia che il Giustiniani fosse stato ferito (sul tema: Gli ultimi difensori. La morte di Costantino XI e Giovanni Giustiniani Longo di Mattia Caprioli). Poco dopo corse voce che l'eroe genovese avesse abbandonato la sua posizione e, con i mercenari, fosse fuggito a Galata. Quando vide scorrere il suo sangue Giustiniani perse di colpo tutto il coraggio. Lo splendido cavaliere rinascimentale, il generoso avventuriero, parve rendersi conto per la prima volta di essere anch'egli un mortale, e tale scoperta lo annientò. Si fece portar via su una lettiga, seguito da quasi tutti gli italiani, forzando il blocco degli assalitori. Tentativo inutile in quanto morì due giorni dopo essere arrivato a Chios. L’elogio funebre di Giovanni Longo Giustiniani fu fatto da Maometto II che disse di lui che da solo valeva più dell’intera flotta greca. Nonostante che la figura ancora resti controversa per questa repentina non spiegabile fuga, Giovanni Giustiniani Longo (Ioannis Iustinianis) è ancora oggi considerato un eroe dell'ellenismo ed a lui sono dedicate strade e scuole in tutta la Grecia.  La fermezza eroica dei restanti difensori, comandati dal balì veneziano Gerolamo Minotto, non bastarono a fermare l’assalto.
Costantinopoli fu saccheggiata per tre giorni, i maggiorenti della città furono tutti decapitati tra di essi Maurizio Cattaneo e Girolamo Minotto. Altri genovesi parteciparono alla difesa tra essi citiamo: Antonio Bocciardo, Gerolamo Interiano, Lodisio Gattiluso, Francesco Salvatici, Leonardo di Langasco, Giovanni del Carretto e Giovanni De Fornari.
Il Cronachista Leonardo (Giustiniani) da Chio, testimone oculare agli eventi riporta i momenti della conquista di Costantinopoli e delle vicende di Giovanni Longo, nella sua Epistula de urbis Costantinopoleos captivitate
La caduta di Costantinopoli suscitò una grande impressione in tutto il mondo cristiano più per il turbamento degli equilibri politici e la probabile interruzione delle correnti commerciali, piuttosto che per gli effetti religiosi sulle popolazioni.
La Battaglia di Costantinopoli    Le crociate tra oriente e occidente

Dopo Costantinopoli cadde incruentamente anche Pera con un atto di sottomissione che non impedì distruzioni e saccheggi da parte degli Ottomani.
La Maona cercò in ogni modo di mantenere la sua indipendenza, pattuendo un salatissimo tributo da pagare al Sultano di 40.000 ducati d’oro, che fortunatamente si Accontentò poi della metà.
L’impero Ottomano con la conquista di Costantinopoli si era ormai rafforzato in tutta la zona del Mar Nero ed in buona parte dell’Egeo dove agivano le fiorenti colonie Genovesi e Veneziane. Nonostante che ai tempi delle Repubbliche marinare non ci fosse buon sangue tra le due rivali non erano rari i momenti in cui erano intensi i commerci tra le due, ne abbiamo una testimonianza proprio a Chios da parte del veneziano Gio Rolando Villani, giurista letterato e mercante nato a Pontermoli agli inzii del XVI secolo. Suo padre lo chiama a Chio ed egli stesso ci racconta il viaggio nelle cronache che poi scriverà. Parte da Pontremoli nel marzo 1529 per Venezia, qui s'imbarca su una delle navi dei Giustiniani di Genova. Viaggia lungo l’adriatico dall'Istria fino a Durazzo, sfugge alle navi turche, percorre le coste della Grecia e gli arcipelaghi dell'Egeo; alla descrizione aggiunge rilievi urbanistici ricordando le vicende degli eroi omerici. Vede Atene e Samo, e finalmente giunge a Chios il 3 luglio del 1529, dove trova il padre onorato amministratore della giustizia. Il vecchio Villani spinge il figlio verso i commerci approfittando dell'aiuto che gli può venire dagli stessi Giustiniani, i quali prestano subito del denaro al giovane e lo affidano a un loro agente che gli insegni il mestiere. Lo vediamo allora vendere stoffe a Tiro in Asia e a Lamek. Compie altri viaggi a Smirne, Lesbo, a Costantinopoli, nel Mar Nero, da qui si spinge lungo il Danubio fino alla Valacchia acquistando e vendendo merci. Torna a Chio il 27 luglio del 1531 ma trovando il padre morto, decide di tornare in patria.
Nel frattempo a Chios la vita proseguiva piuttosto tranquillamente anche perché le lotte intestine in Italia non interessavano le colonie d’oltremare anche perchè non c’era da aspettarsi nessun aiuto in caso di pericolo. La convenzione con i Giustiniani per lo sfruttamento di Chios fu rinnovata ancora in tempi diversi dalla Repubblica Genovese fino al 15 giugno 1542, per poi divenire un diritto perpetuo nel 1527, mediante il pagamento annuo a Genova di un tributo di 2.800 lire (l’antico canone pattuito già nel 1385). Per la solenne occasione furono iscritti nel libro d’oro della Repubblica tutti i Maonesi Giustiniani vivi all’epoca.
Gli Ottomani, tuttavia, continuarono a cercare a tutti i costi di prendere il definitivo controllo sulle isole, mirando a scacciare tutti i cristiani dall’Egeo.
Con il pretesto di spalleggiare militarmente la pretesa creditizia del nobile Genovese Francesco Drapperio, nei confronti della Maona per una partita di Allume (vedi anche i siti: Cronologia della storia dell’Allume e sulle alluminiere di Tolfa ) non pagata, nella primavera del 1455, una poderosa flotta Ottomana attracca a largo di Chios.
L’ammiraglio turco Hansabeg vista la buona fortificazione dell’isola, valutò che non era il caso di rischiare un attacco. L'ammiraglio, per ritorsione, si limitò a distruggere i vigneti e i giardini dell’isola e a prendere in ostaggio a Rodi gli ambasciatori della Maona Nestore e Quilico De Furnetto, che furono portati con i Turchi nell’attacco all’isola di Kos. Prima di ripartire un soldato turco della spedizione, sorpreso a profanare una Chiesa, fu ucciso e nella scaramuccia che seguì, una galea turca fu affondata per il sovraccarico dei marinari Turchi che precipitosamente si dettero alla fuga. Prevedendo una reazione del sultano, i Maonesi chiesero aiuto alla madrepatria e nel 1456 il doge Pietro Campofregoso, dopo aver scritto al Papa e ai re cristiani, in particolare Enrico VI d’Inghilterra, per invocare supporto militare, mandò un piccolo contingente in soccorso di Chio.
La Repubblica Genovese, impegnata nella guerra con Alfonso d’Aragona, non potendo ben aiutare le sue lontane colonie si limitò ad armare due Galee con 800 uomini al comando di Pietro Giustiniani ed ad invocare l’aiuto del Papa e del Re d’Inghilterra Enrico VI. Una nuova flotta turca, inizialmente inviata contro l’isola, ripiegò a causa di una tempesta verso Mitilene e poi Focea.
La vendetta turca non tardò ad arrivare, nell’autunno 1455. Venti trireme turche comandate da Junusberg, muovono verso Chios, nonostante che una tempesta ne disperde la maggior parte, i Turchi conquistano senza combattere Focea Nuova, governata a quel tempo da Paride Giustiniani, che gli si consegna spontaneamente. Questo non impedì il saccheggio del porto, la profanazione delle Chiese e la messa in schiavitù di buona parte della popolazione.
Domenico Gattiluso fu costretto a cedere Taso ed aumentare il suo tributo al sultano per Lesbo ormai rimasta con Chios gli unici possedimenti genovesi nell’Egeo.
Maometto II continuò la cacciata dei Latini lungo le coste del Mar Nero, occupando Salmastri, Sinope e Trebisonda tra il 1459 ed il 1462.
Il 24 dicembre 1455 i Turchi occupano l’isola di Lesbo che poi prenderanno definitivamente il 16 novembre 1462. L’ultimo dei Gattiluso, Niccolò II fu fatto prigioniero e strangolato a Costantinopoli. Il fatto di aver resistito alla ferocia Ottomana per quindici giorni provocò un devastante saccheggio. Nello stesso anno Kalidsh Ali, satrapo del sultano occupa Samo. Nel 1456 il tributo (“kharag’”) è portato gradualmente da 6.000 a 14.000 monete d’oro, oltre ad un indennizzo di 10.000 monete d’oro per la perdita della galea per i fatti della primavera del 1455. Non era raro comunque che altri tributi una tantum venissero estorti con i pretesti più vari.
Nel 1463 Giovanni Antonio Longo è a Costantinopoli per trattare una pace duratura con gli Ottomani, ma ciò non impedì continui soprusi e scontri con gli stessi fino al 1477. Le minacce continuarono, ma mentre gli altri domini italiani cadevano in mano turca Chio resisteva, con più o meno difficoltà, e i Maonesi il 19 novembre 1476 rinnovavano, con qualche modifica allo statuto, la convenzione con Genova per altri 29 anni, sino al 19 novembre 1505 con i consueti due anni successivi per il pagamento.
Oltre alle minacce militari, i Turchi continuarono a sposare le proteste di chiunque si dicesse creditore della Maona e dei singoli soci, in genere esigendo dai Giustiniani il risarcimento del presunto torto e una multa. Tanto che, per evitare queste continue "estorsioni", l’8 febbraio 1488 la compagnia dispose che non avrebbe più risposto per alcun debito, vero o presunto, contratto dai singoli Maonesi e dai Chioti.
Nel 1473 cade la colonia di Caffa sul Mar nero. Nel 1481 i Giustiniani abbandonano l’isola di Samo e lasciano Nicaria ai Cavalieri di S.Giovanni, cui già prima avevano lasciato Cos. Queste isole prive di porti e quasi deserte, erano già di scarso interesse sia per i Giustiniani che per gli Ottomani. Nel 1482 muore Maometto II, scatenando una lotta per la successione. Una flotta composta da navi napoletane, pontificie e genovesi comandate da Paolo Fregoso e stipendiate dal Papa ligure Sisto IV Della Rovere, espulsero i turchi da Otranto. Poteva essere l’occasione per rilanciarci nella riconquista dei possedimenti perduti in oriente ma anche questa volta le discordie degli italiani ne vanificarono il progetto.
Ci fu una nuova minaccia Ottomana all’isola di Chios nel 1495, ma grazie alla difesa di 300 scelti comandati da Tommaso Giustiniani non ci fu battaglia. Continua fu l’azione diplomatica dei Maonesi, gli ambasciatori di Francesco I di Francia in oriente (Barone S. Blancard e Barone D’Arman) passano più volte a Chios, così come il Principe di Lussemburgo nel 1552.
Nel 1508 il tributo annuo dovuto al sultano venne incrementato a 12.000 ducati e la Maona, benché le entrate fossero ancora abbondanti, fu costretta ad iniziare a contrarre prestiti, a causa degli ingenti tributi e della necessità di mantenere gli armamenti, per tenersi sempre pronta in caso di attacco. Nel 1519 la conquista turca dell’Egitto e la ripresa della pirateria barbaresca sotto Khair-ad-Din, conosciuto in Occidente come Barbarossa e divenuto anche re di Algeria, causò un ulteriore tracollo del commercio, già in crisi a causa della caduta di Costantinopoli, della perdita delle colonie tauriche e della scoperta di nuove vie di navigazione, come la rotta per l’India doppiando il Capo di Buona Speranza.
Nonostante i continui sforzi finanziari e diplomatici per difendersi dagli Ottomani, fu paradossalmente la stessa Repubblica di Genova ad accelerare la disfatta della Maona, temendo il crescente potere dei Giustiniani.  Nel frattempo si avvicinava la scadenza dell’ultimo rinnovo del contratto con Genova, che era stato prorogato il 16 novembre 1507 per un biennio. Il governo genovese decise di muoversi attivamente per riscattare l’isola e nel 1510 raccolse la somma pattuita di 152.250 lire. I Maonesi ebbero però da eccepire sulla procedura seguita e rifiutarono di accettare il pagamento, ritenendolo insufficiente in considerazione delle ingenti spese sostenute e del deprezzamento del denaro. La crisi fu risolta nel 1513, con un rinnovo della convenzione per i successivi 29 anni più i due di transizione, con alcune modifiche per migliorare l’amministrazione dell’isola. Questa fu l’ultima convenzione stipulata tra i Maonesi e il Comune di Genova, in quanto nel 1528 quest’ultimo rinunciò ad ogni diritto, lasciando in perpetuo l’isola alla Maona, che avrebbe però continuato a pagare il tributo annuale di 2.500 lire. Trent’anni dopo, nel 1558, Genova rinunciava completamente a Chio, dando ordine agli ambasciatori presso il sultano, di dissociarsi dalle colonie e rinnegare ogni diritto di sovranità sull’isola. Ciò tuttavia non impedì che, negli anni successivi, i Maonesi continuassero a subire le conseguenze della politica della madrepatria.
Nel 1528 l’Ammiraglio Andrea Doria, scaduto il contratto con il re di Francia Francesco I, passò al servizio dell’imperatore Carlo V e Genova fu liberata dalla dominazione francese (iniziata l’anno prima) e restaurata come Stato indipendente. Gli Asburgo erano ormai i veri avversari degli Ottomani per il dominio del Mediterraneo e l’entrata nella sfera di influenza imperiale fece di Genova e di Chio, che pur governata dai Maonesi continuava ad essere considerata genovese, potenziali nemici della Sublime Porta. La Francia nel frattempo si era venuta a trovare priva di una flotta in grado di affrontare quella imperiale agli ordini di Doria e si rivolse quindi al sultano turco Solimano (1520-1566) e ai suoi tributari, i pirati barbareschi, guidati dal Barbarossa, Gran Ammiraglio (Kapudan Paşa) del sultano dal 1533. La nuova alleanza anti-asburgica comportò anche una politica punitiva nei confronti dei Genovesi. Finché Andrea Doria fu in vita, l’ostilità turca verso Chio si limitò ad azioni dimostrative, pressioni diplomatiche e aumenti del tributo fino a 14.000 ducati. Il 2 Marzo 1558, è a Costantinopoli un plenipotenziario del Doge, Francesco de Franchi Torturino, per negoziare i diritti dello sfruttamento di Chios agli Ottomani. L’opera diplomatica dei Giustiniani che ne seguì, valse soltanto a ritardare la loro fine. Dal 1560 iniziarono gli attacchi dei Turchi.

Nel XVI secolo il governo genovese era impegnato su altri fronti e ormai l’unico modo per mantenere l’indipendenza di Chio era continuare a pagare il tributo ai Turchi e ingraziarsi chiunque potesse avere influenza presso il sultano, in particolare gli ambasciatori francesi, due dei quali visitarono Chio nel 1537 e 1550. Il ritardo nel pagamento fu però solo uno dei motivi che portarono il sultano ad ordinare la definitiva conquista di Chio.
L’isola si trovava in una posizione strategica, avrebbe potuto essere utilizzata come base per operazioni navali contro i possedimenti turchi, e costituiva un punto di passaggio per schiavi fuggitivi in attesa del rimpatrio, contrabbandieri e semplici mercanti, che erano i vettori principali attraverso i quali le notizie sull’impero ottomano giungevano in Occidente. I Maonesi furono accusati di aver avvisato i Cavalieri di Malta dell’attacco progettato, contribuendo a rendere vano l’assedio turco del 1565.
La questione degli schiavi cristiani, scappati dai padroni turchi, era da tempo fonte di fastidio per gli Ottomani. Dopo la conquista di Costantinopoli la Maona, che aveva istituito un apposito magistrato con l’unico compito di assistere i fuggitivi, fu costretta a rifiutare loro aperta protezione, ma ogni anno continuavano ad essere rimpatriati un numero variabile tra i cinquecento e un migliaio di schiavi.
Fu proprio il pretesto di un riscatto per il rapimento di un genovese non pagato, appartenuto a Sokullu Mehmet Paşa, gran visir dal 1565 (il “messo” della Maona era fuggito con i soldi), che spinse il Sultano ad accelerare la conquista di Chios. Ora restava solo l'isola ai Giustiniani definita dai Veneziani “l’occhio destro di Genova”. A quel tempo l’isola aveva una popolazione molto più numerosa di oggi pari a 120.000 abitanti su una superficie di nemmeno mille chilometri quadrati con una densità eccezionale per l’epoca.
Il gran visir inoltre elogiava presso il sultano i vantaggi della conquista di Chio, tra i quali il mastice, la posizione e la ricchezza dell’isola in generale, forse anche spinto da sentimenti di vendetta personale, in quanto i Giustiniani avevano supportato nel 1562 la nomina a gran visir di Alì Paşa, loro sostenitore e rivale di Mehmet Paşa.
Era dal 1564 che i maonesi non pagavano al Sultano il tributo promesso ad Amurat II nel 1435, nell’anno in cui si era impadronito di Focea vecchia e Focea nuova.
Temendo che i Maonesi potessero ricevere l’aiuto degli Spagnoli e dei Cavalieri di Malta, Solimano diede ordine a Piyale Paşa di coglierli di sorpresa. Il 14 aprile 1566 una flotta imponente di ottanta galee comandate da Kapudanpascià Pialì (o “Paoli” come da altre fonti) arriva al porto di Chios che riesce in sostanza ad occupare senza combattere con un sottile tradimento. Gli Ottomani chiesero infatti l’approdo al passaggio come amici, ma appena approdati, richiamarono il capo della Maona, il podestà Vincenzo Giustiniani, il vescovo Timoteo Giustiniani e i 12 governatori e li fecero imprigionare. Ciò non impedì che l’isola subisse un violento saccheggio, le Chiese furono tutte distrutte o convertite in Moschee, ben presto tutto ciò di bello, funzionale e utile a Chios fu depredato o devastato. Il 17 aprile, come riporta l’iscrizione in turco su una moschea, allora chiesa, la città fu presa. I Genovesi avevano governato Chios per 220 anni. Vincenzo Giustiniani con gli altri 12 governatori e gli altri Giustiniani più in vista furono portati a Costantinopoli. I più giovani sotto i 12 anni furono chiusi in un convento intitolato a S. Giovanni Battista. Ventuno giovinetti tra i 12 e i 16 anni furono separati dai genitori, costretti ad abiurare la fede cattolica ed ad arruolarsi nel corpo dei giannizzeri. Quei bambini, martiri cristiani ricordano i Santi Innocenti dell'inno di Prudenzio, o certi delicati passi di S. Cipriano dedicati ai bambini confessori e martiri.
Tre di loro si piegarono alle volontà Ottomane, furono circoncisi, ma poi riuscirono a fuggire a Genova, riabbracciando la fede avita. Gli altri 18 furono uccisi dopo atroci torture il 6 settembre 1566. Questi ultimi furono canonizzati dalla Chiesa. Un dipinto di Francesco Solimena ne fregiava il martirio nella sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale andato distrutto durante un incendio nel 1777 (il bozzetto è esposto al museo di Capodimonte a Napoli). Una copia del dipinto fu eseguita da Corrado Giaquinto, uno dei suoi più validi allievi e seguaci attualmente esposta al Palazzo Rosso di Genova. I Giustiniani tentarono dapprima un restauro dell’opera per poi successivamente lanciare nel 1782 un nuovo concorso per un nuovo affresco (o dipinto ad olio). Il soggetto proposto era un'allegoria della Liguria, incoronata tra le sue Virtù, con riferimenti a Chios e a Jacopo Giustiniani il condottiero genovese vincitore a Ponza della flotta di Alfonso V d'Aragona, re di Sicilia, nell’agosto 1435. Il 9 settembre 1783 la commissione scelse il bozzetto di Gian Domenico Tiepolo (Venezia 1727–1804) figlio di Giovanni Battista, veneziano, che nonostante fosse arrivato secondo a pari merito con Jamer Durno, fu prescelto a discapito del primo classificato Cristoforo Unterperger per una minor pretesa economica (6000 scudi romani Unterperger mentre Tiepolo ne chiese circa la metà). Dello stesso concorso si conoscono anche i bozzetti già noti di altri due pittori partecipanti allo stesso concorso oggi conservati alla Galleria degli Uffizi di Firenze e alla Galleria Statale di Stoccarda rispettivamente di Giovanni David e Martin Knoller. Tiepolo eseguì l'affresco, scoperto il 14 novembre 1785, l'immagine a destra si riferisce al modello preliminare olio su tela (116.8 x 82.6 cm) conservato al Metropolitan Museum of arts di New York nel fondo John Stewart Kennedy 1913. Nella parte superiore della scala centrale Jacopo Giustiniani è inginocchiato davanti alla personificazione della Repubblica Genovese. Gli stemmi dei Giustiniani e di Genova sono visibili sulle due bandiere. Una figura femminile in vestito greco posta nell’angolo di sinistra rappresenta l'isola di Chios; il rotolo che tiene nelle mani ha le iniziali V.I. e 1562, in riferimento a Vincenzo Giustiniani Garibaldi podestà dal 1562 al 1566 (anno della conquista turca dell’isola). Le figure in vestito orientale nella parte di destra potrebbero alludere alle conquista turca dell’isola nel 1566 o alle imprese commerciali dei Giustiniani nell’Asia minore e nelle isole dell'arcipelago Greco. A causa del deterioramento il dipinto del Tiepolo sul martirio dei Giustiniani nel 1866 fu coperto da Giuseppe Isola che ridipinse l'allegoria del Commercio dei Liguri attualmente visibile nella sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale di Genova.
Del tragico evento del 1566 abbiamo la cronaca scritta, esattamente un secolo dopo (1658), dall’abate Michele Giustiniani (contenuta nel manoscritto: "La gloriosa morte de' diciotto fanciulli Giustiniani patritij genouesi, de' signori di Scio, scritta dall'abate Michele Giustiniani del sangue stesso, e celebrata da diuersi eruditi ingegni d'Europa") .... Le cannucce infocate conficcate nelle dita dei piedi e delle mani, le percosse brutali, il piccino che tiene stretto stretto il pugno, perché non si creda che voglia alzare l'indice (che era il segno della resa, della volontà di farsi maomettano), e lo stringe così forte, che né da vivo né da morto gli si poté mai disserrare, quel piccolo, cristiano pugno. Erano i fanciulli di più vivido ingegno e di più alta estrazione sociale, il Solimano voleva farne dei paggi del suo Serraglio, e li fece portare da Chio a Costantinopoli: sarebbero diventati certo ministri, governatori, pascià (come accadeva); ma prima dovevano convertirsi ad Allah. E quei piccini preferirono Cristo:"O decem et octo lustiniani" "sanguinea stola exornati!"."Stringe a pugno la destra per non poter perdere / ciò che porta nelle mani: porta l'anima nelle mani" ("Comprimit in pugnum dextram, ne perdere possit/ quod gerit in manibus: fert animam manibus"). Gli informatori di San Pio V non hanno potuto, da Costantinopoli, riferire tutto sui fanciulli Giustiniani, ma un episodio che sa di miracolo, sì. E il grande Papa si commuove e ringrazia Dio per il severo e dolce dono del martirio e della perseveranza di uno di quei bambini: grazia altissima, Il Cardinale Gambara dirà :"ll Santissimo nostro Signore disse (in Concistoro,ai Cardinali,il 6 Settembre 1566) che un giovinetto di tredici anni,della famiglia Giustiniani(...) né da allettamenti né da terrore poté essere indotto a convertirsi alla religione dei Turchi. Ché anzi, minacciandogli il Pascià la morte, o col farlo precipitare ipso facto dalla finestra o col trafiggerlo colla spada, non solo non provò spavento ma espresse invece il desiderio grande del martirio, dicendo che non potevano fargli nessun dono maggiore che mutare nella morte la vita, per la fede di Cristo. Fu gettato allora nel carcere, e qui, dopo che ebbe riversato tutte le sue preghiere ai piedi di Dio, perché si degnasse di concedergli la corona del martirio, tre giorni dopo, intatto e senza veruna offesa, fu trovato morto. Di questo Santi volle far partecipi i Reverendi Cardinali, perché fossero grati a Dio, che anche ai nostri tempi donava grazie di questo genere. Tempi forti, di lotta e fede vera. I "duodeviginti lustinianae gentis Pueri",di cui fu scritto, con suggestiva, sonante, antitesi nella Cappella del Palazzo Ducale genovese, nell'epigrafe acclusa all'affresco di Giovan Battista Carlone:". . le loro grandi anime, per ritrovarle, sotto le percosse intrepidamente persero"".. .magnas animas, ut invenirent, constantissime perdiderunt” (traduzione dal latino di Aldo Bartarelli).
I capi della Maona furono internati a Caffa in Crimea, dove molti morirono. I superstiti, furono liberati dal Sultano Selim nel 1567 e gli fu concesso di tornare a Chios o in Italia per intercessione di Carlo IX re di Francia, su preghiera del Papa S.Pio V, per mezzo del suo ambasciatore De Guanterie de Grandchamp (Dall'opera di P.P. Argenti "Chius Vincta" alcuni estratti in inglese  sulla sorte dei diciotto fanciulli Giustiniani e la liberazione dei superstiti a Caffa).
La cittadella di Chios fu presidiata e l’isola occupata con il divieto ai residenti di abbandonarla, pena la morte, mantenendogli però anche alcuni dei privilegi concessi in precedenza dai Maonesi.
Si spiega così come ancora nel 1594, sia i Giustiniani che rimasero che quelli che tornarono a Chios riuscirono comunque a mantenere un certo lignaggio, anno in cui per gli inasprimenti dell’amministrazione, i più furono costretti ad andarsene. Risulta comunque che ancora oggi ci siano famiglie che portano l’antico cognome dei Giustiniani o sue varianti Greche.
Ci fu ancora un vescovo di Chios nel secolo scorso: Ignazio nel 1830 ed un altro con lo stesso nome nel 1879, con sede a Nasso dove un certo Giovanni Giustiniani possedeva ancora nel 1670 vasti possedimenti. (Diocesi di Chios - Vescovi della diocesi di Chios dal 1363 al 1698)
I più dei sopravvissuti tornarono a Genova con la vana speranza di vedersi riconosciuto un indennizzo per la perdita dell’isola di 152.250 lire Genovine nel caso di perdita della colonia, più altre 70.000 lire genovine per altre indennità ed il rimborso con gli interessi di 600 luoghi (60.000 lire) che i Giustiniani avevano depositato presso il Banco di S.Giorgio a Genova come garanzia per il censo annuo dovuto alla Repubblica.
Tutti i richiami che i Giustiniani fecero fino al 1805 per farsi riconoscere il debito, furono inutili. Le speranze finirono definitivamente quando il Banco di S. Giorgio fu chiuso nel 1815.
Gli antichi domini dei Giustiniani nel Dodecaneso, sotto il gioco Ottomano, andarono molto presto in rovina. Chios fu ridotta ad un covo di ladri e di pirati. I pochi latini rimasti furono incarcerati. La maggior parte della popolazione rimasta era per lo più plebea. Di tutte le Chiese dell’isola rimasero solo la cappella dei Domenicani e il convento dei Francescani.
Nel 1681 l'Abate di Burgo censisce le antiche famiglie genovesi di Chios. Oltre ai Giustiniani, nell'elenco, tratto dal libro Viaggio di cinque anni; pubblicato nel 1686 nelle stampe dell'Agnelli (In Milano) compaiono le seguenti famiglie di cui alcune presenti nella stessa Maona Giustiniani: Alessi, Argiroffi, Balzarini, Barbarini, Banti, Balli, Baselischi, Bavastrello, Borboni, Bressiani, Brissi, Calamata, Cametti, Caravi, Casanova, Castelli, Compiano, Condostavli, Coressi, Corpi, Damalà, D'Andria, Dapei, De Campi, Della Rocca, De Marchi, De Portu, Devia, Domestici, Doria, Facci, Filippucci, Fornetti, Frandalisti, Galiani, Gambiacco, Garchi, Garetti, Garpa, Giudici, Giavanini, Graziani, Grimaldi, Leoni, Longhi, Machetti, Macripodi, Mainetti, Maloni, Mamabri, Marcopoli, Marneri, Moscardito, Massimi, Montarussi, Motacotti, Moroni, Ottaviani, Parodi, Pascarini, Pigri, Pisani, Portofino, Pretti, Ralli, Rastelli, Recanelli, Rendi, Reponti, Remoti, Rochi, Rubei, Salvago, Sangallo, Serini, Serra, Soffetti, Spinola, Stella, Testa, Timoni, Tubini, Valaperghi, Vegetti, Velati, Vernati, Viviani.
Molti Giustiniani di Chios si distinsero anche al di fuori del Dodecaneso. Nicolò Banca nel 1393 è console a Costantinopoli, Ottobono Campi è capitano di ventura nella guerra di Ventimiglia, Francesco Campi è ambasciatore presso l’imperatore Sigismondo, dal quale è nominato conte palatino per il casato dei Giustiniani il 15 maggio 1413, come Gabriele Recanelli l’8 dicembre 1417. Antonio Longo nel 1390 è ambasciatore e plenipotenziario della Repubblica e paciere nella disputa tra guelfi e ghibellini. Pietro Giustiniani, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine durante la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 (….”Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell'Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.…” attraverso il racconto di un marinaio della nave cristiana "San Teodoro", narrato da Gianni Granzotto nel libro: "La battaglia di Lepanto").
La maggior parte dei rami discendenti di questa nobile famiglia, dopo il 1566 anno della conquista Ottomana di Chios si sono estinti nel corso dei secoli.
Genova con la caduta di Chios sparisce dal novero delle potenze coloniali, continuando il declino coloniale cominciato nel 1475, ma invece che la decadenza ritrova una inaspettata prosperità. Non nel campo politico ma nel campo imprenditoriale. Nel XVI secolo le navi ed i marinari liguri si possono paragonare ai Greci del XIX secolo che si incontrano in tutti i mari e in tutti i porti stranieri più facilmente di quelli a casa loro. Con grande incremento dell’attività mercantile Genova seppe affermarsi fin da subito nella nuova attività destinata ad affermarsi nei secoli a venire: le banche.
Le colonie commerciali perdono la funzione di teste di ponte verso un mondo che ormai ha acquistato sicurezza e sviluppo spontaneo, dove i latini sono visti ora come concorrenti piuttosto che come collaboratori. I Veneziani mantennero i loro possedimenti nel levante più a lungo dei Genovesi soprattutto per la maggior presenza dei coloni veneti, al contrario di Genova che non riuscì mai a facilitare grosse emigrazioni verso le colonie.


Un eccezionale testo sulla storia di Chios fu la "Istoria di Scio" scritta nell'anno 1586 scritta da Hieronimo Giustiniani (maonese - o dei Signori di quelle et Isole circonvicine e paese adiacente nell'Asia Minore), un eccezionale documento d'epoca con una descrizione puntuale e dettagliata della geografia dell'isola, Qui sono riproposti l'introduzione e i primi due libri come riportati nell'opera di P.P. Argenti: Introduzione - Libro primo - Libro secondo - della descrizione, et historia dell'isola di Scio - Libro terzo

Un altro importante testo sulla storia di Chios "LA SCIO SACRA DEL RITO LATINO DESCRITTA DALL'ABATE MICHELE GIVSTINIÀNI PATRITIO GENOVESE DE' SIGNORI DI SCIO (scaricabile interamente e gratuitamente da google book) di cui si riporta l'estratto iniziale in pdf riguardante la storia della presenza dei Giustiniani a Chios (descritta dall'Abate Michele Giustiniani)

Sempre disponibili integralmente su google libri due testi molto dettagliati sulla presenza Genovese in Grecia ed in Oriente disponibili integralmente e gratuitamente su google:
- DEL DOMINIO DEI GENOVESI NELLA GRECIA di Carlo Pagano, Genova, tipografia Fratelli Pagano, 1846.
- DELLA COLONIA DEI GENOVESI A GALATA di Ludovico Santi, Torino 1831

massima espansione genovese

“L’ochio drito de la cità nostra de Zenoa” Il problema della difesa di Chio negli ultimi anni del dominio Genovese. di Enrico Basso tratto dal sito dell'Associazione di studi storici militari
Fonti e problemi della storia del commercio mediterraneo nei secoli XI-XIV di Marco Tangheroni tratto dal Portale di Archeologia Mediovale dell'Università di Siena
LA FORTEZZA DI CHIOS
LA VITA AMMINISTRATIVA DEI GIUSTINIANI A SCIO L'organizzazione della colonia di Chios e i nomi di tutti i podestà Genovesi.
Le colonie Genovesi durante l'avanzata Turca (1453-1473) di Giustina Olgiati (in inglese).
Nuclei famigliari da Genova a Chio nel quattrocento
Il questo link uno studio di Laura Balletto su come i Giustiniani seppero interessare allo sviluppo dei commerci di Chios anche i nativi isolani, che si sentirono così gradualmente, per così dire, genovesizzati, anche attraverso vincoli familiari. Oltre a tutto ciò, l’isola di Chios divenne ben presto meta d’un notevole afflusso immigratorio, che vide arrivare in loco non solo gente proveniente da Genova e dalla Liguria, ma altresì da altre regioni italiane ed anche extra italiane. Ed uno degli elementi che caratterizzò questa immigrazione – e che storicamente appare fra i più importanti ed interessanti – è rappresentato dall’afflusso nell’isola di Chio di più membri di un medesimo gruppo familiare, i quali talvolta, dopo un certo tempo, rientrarono in patria e talvolta, invece, restarono colà vita natural durante, vi defunsero e vi vennero sepolti. Gli esempi che, circa questo fenomeno, si possono trarre dalla lettura di anche soltanto una parte dei numerosissimi atti notarili pervenutici, redatti da notai genovesi e/o liguri nell’isola di Chios nel Quattrocento, sono molti e si riferiscono ai più diversi livelli della scala sociale.
Dall'opera di P.P. Argenti "Chius Vincta" alcuni estratti in inglese (Rapporti tra Maona, Bizantini e Turchi ) sui rapporti tra: la Maona di Chios fino al 1500 con i Bizantini e l'Impero Ottomano, le condizioni dell'isola di Chios prima dell'occupazione Turca del 1566 e sulla conquista Turca del 1566.
Gli orizzonti aperti. Profili del mercante medievale , a cura di G. Airaldi, Torino 1997 © degli autori e dell'editore. (Indice. - Gabriella Airaldi, Introduzione. Per la storia dell’idea di Europa: economia di mercato e capitalismo. - Jacques Le Goff, Nel Medioevo: tempo della Chiesa e tempo del mercante. - Roberto S. Lopez, Le influenze orientali e il risveglio economico dell’Occidente. - Eliyahu Ashtor, Gli ebrei nel commercio mediterraneo nell’alto medioevo (secc. X-XI). - Abraham L. Udovitch, Banchieri senza banche: commercio, attività bancarie e società nel mondo islamico del Medioevo. - Nicolas Oikonomides, L’uomo d’affari. - Armando Sapori, La cultura del mercante medievale italiano. - David Abulafia, Gli italiani fuori d’Italia. - Gabriella Airaldi, Modelli coloniali e modelli culturali dal Mediterraneo all’Atlantico. - Jacques Heers, Il ruolo dei capitali internazionali nei viaggi di scoperta nei secoli XV e XVI. - Gabriella Airaldi, L’eco della scoperta dell’America: uomini d’affari italiani, qualità e rapidità dell’informazione)
LE MONETE A CHIOS AL TEMPO DEI GIUSTINIANI (Si ringrazia in particolar modo il Prof. Andreas Mazarakis per il suo contributo alla stesura di questo paragrafo)
MONNAIS INEDITES DE CHIO di P. Lambros, Parigi 1877 (testo in francese)
La vera "bibbia" delle monete genovesi delle colonie Genovesi nel levante è l'opera di Giuseppe Lunardi ora disponibile online su internet dalla Biblioteca digitalizzata della Società Ligure di Storia Patria:
Le Monete delle colonie Genovesi di Giuseppe Lunardi Atti della Società Ligure di Storia Patria Nuova serie, XX fascicolo primo (1980).
Documenti della Maona di Chio (secc. XIV-XVI) a cura di Antonella Rovere in Atti della Società Ligure di Storia Patria, nuova serie, XIX/II (1979)
LA ZECCA DI SCIO DURANTE IL DOMINIO GENOVESE di Domenico Promis, Torino 1865.
LEVANTINE HERITAGE diversi contributi in inglese sulla storia delle famiglie levantine.
I GENOVESI A CHIO (1346-1566). LA FORMAZIONE DI UNA SOCIETÀ PLURALE di Chiara Ravera (tesi di laurea magistrale 2013-14, Università di Pisa Dipartimento di civiltà e forme del sapere, Corso di Laurea Magistrale in Archeologia), un opera veramente completa e riccamente documentata, con un'ampia bibliografia, che oltre a trattare la storia della presenza genovese sull'isola, ne descrive gli aspetti economici, amministrativi, linguistici, religiosi e giuridici del periodo genovese oltre ad un capitolo con le foto e le trascrizioni delle epigrafi presenti sull'isola.
Leone dei Giustiniani Parole dette il VI Maggio nei giardini del Pelagio di Andrea Doria, ricevendo in dono il gesso del leone Tergestino che è murato in una casa dei Giustiniani (G. D'Annunzio)


LA DISCENDENZA DEI GIUSTINIANI A ROMA DAL 1566 AI GIORNI NOSTRI

Con la fine del dominio della Maona a Chios nel 1566 e la liberazione dei superstiti internati in Crimea dai Turchi alcuni Giustiniani ritornarono a Chios altri in Italia o in Grecia. Le famiglie originarie della Maona del 1362 restarono quasi tutte fino al 1566, anno della fine della dominazione Genovese su Chios, ed erano: Caneto de Lavagna (usciti nel 1369), Campi, Arangio (usciti nel 1413), S.Teodoro (usciti nel 1369), Adorno, Banca, Longo, De Forneto, Negro, Oliverio e Garibaldi. Cui si aggiunsero al posto dei Caneto e degli Arangio nel 1369, Rocca, Fregosi, Recanelli e Forneti. Nel tempo molte altre famiglie furono iscritte alla Maona e presero il cognome di Giustiniani: Castro, Pagano, Moneglia, Ciprocci, Mari, Paterio, Maruffo, Ughetti. Altre ne fecero parte per brevi periodi.
I rami Giustiniani che tornarono a Roma furono quelli dei Banca e i Negro che ottennero con molta facilità di entrare nella corte Pontificia per occuparvi un posto degno delle glorie passate. A ciò contribuì senza dubbio l’alta posizione di Vincenzo Banca Giustiniani (Chios 1519-Roma 1582) che aveva preso i voti contro il parere dei genitori. Entrato nell’ordine dei Domenicani vi aveva percorso una brillante carriera, nel 1558 a soli 38 anni, ne era generale, nonché qualche anno dopo tra i più autorevoli partecipanti al Concilio di Trento. Creato cardinale da Pio V, alcune fonti lo danno anche fra i papabile del conclave del 1572 che vide l’elezione di Gregorio XIII Boncompagni (L.Cardella, Memorie storiche dè cardinali della Santa Romana Chiesa, Roma, 1973 pp 146-48). Quando morì venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva, dove aveva già fondato una cappella, dedicandola a S.Vincenzo dè Ferrari (Basilica di Santa Maria alla Minerva alcune foto della Cappella Giustiniani sul sito dell'Australian National University e alche su Cappella Giustiniani ).
Il primo cardinale della famiglia Vincenzo Giustiniani, era cognato di Giuseppe Giustiniani Banca Negro (1521-1600) e zio dell’omonimo Vincenzo (1564-1638) futuro collezionista e di Benedetto(1554-1621), l’altro cardinale. Quando nel 1566, Giuseppe Giustiniani, futuro acquirente del palazzo, fu costretto ad abbandonare l’isola di Chio, si rivolse appunto a Vincenzo, suo cognato, giacché fratello della moglie Geronima. Giuseppe, sottoposto a vessazioni e soprusi da parte dei turchi, dopo le tappe di un esilio che è poi un fuga, prima a Malta, poi a Messina, quindi a Napoli ed infine a Civitavecchia, venne a Roma, con grandi ricchezze e con cinque figli: due maschi, Benedetto e Vincenzo e tre femmine: Angelica (ritratta a qui a destra. Sulla tovaglia, lo stemma bipartito della famiglia Giustiniani e Monaldeschi - Pittore genovese del XVII secolo - collezione privata), Virginia e Caterina, che maritò nobilmente e con molta dote: la prima a casa Bandini, la seconda a casa Monaldeschi, la terza in casa Massimi.
A Roma, tramite l’aiuto del cognato, fu introdotto con la sua attività negli affitti o nei negozi camerali riuscendo ad aumentare prodigiosamente le sue sostanze. L’esperienza di più generazioni dedite al commercio e ai cambi, saldamente acquisita da Giuseppe, non poteva passare inosservata nella dinamica Roma di Gregorio XIII. Dove dimorassero i Giustiniani fino a quel periodo non è chiaro, ciò fino al 1590 quando acquistarono il palazzo, forse nel vicino palazzo di S.Salvatore alle Coppelle posseduto dal cognato Giorgio Giustiniani. Nel 1590 acquistò il palazzo che a Roma porta ancora il nome della famiglia e di due ville situate, una nella zona di Porta Flaminia in Roma (Casale Cenci Giustiniani) non più esistente il cui portale e stato impiantato all’ingresso di Villa Celimontana sempre a Roma (su cui capeggia l’iscrizione di Giuseppe Giustiniani)) e un’altra al Laterano che è considerata uno dei gioielli dell’architettura Romana (Villa Giustiniani Massimi a San Giovanni). Inoltre acquisisce i latifondi di Bassano. Giuseppe Giustiniani si occupa anche di beneficenza con copiosi lasciti ad opere di bene tra cui a “Società dei XII APOSTOLI”, ancora attiva oggi, ed altre anch’esse presenti, con la particolare raccomandazione di assistere i profughi di Chios con varie attività, tra cui alcune considerate oggi anacronistiche come la dote alle “zitelle sciote illibate” (in particolare il Ministero dell'interno: Riconoscimento della personalità giuridica di diritto privato della fondazione "Opere pie dotalizie raggruppate Giustiniani, Falconi e Marcolini del Pio istituto di Dotazione del SS.mo Rosario", in Roma GU n. 275 serie generale parte prima del 24.11.98). 
Benedetto figlio maggiore, studiò legge a Perugia, poi a Padova e a Genova e, in pochi anni entrò a far parte dell’amministrazione pontificia. Sisto V lo nominò nel 1585 Tesoriere generale e il 17 dicembre 1586 a soli 32 anni Cardinale. e nel 1586 fu fatto cardinale da Sisto V. Svolse un ruolo significativo nella politica ecclesiastica di quegli anni; si ricorda in particolare la sua opera per il riavvicinamento del re di Francia Enrico IV di Borbone alla Chiesa cattolica. Dal 1606 al 1611 fu Legato pontificio a Bologna, assolvendo la propria carica con grande fermezza e rigore, come attestano le fonti contemporanee e come dimostra il Bando generale promulgato a Bologna nel 1608. La sua passione per l’arte fu tale al punto da far sostituire di nascosto il S. Sebastiano del Francia nella Chiesa di S. Maria della Misericordia a Bologna con una copia, testimoniata, in particolare, dagli scritti del bolognese Carlo Cesare Malvasia, il quale ci parla dell’amore del cardinale per la pittura "tenebrosa" e ci descrive il suo carattere "ritroso e severo" e impulsivo. Della sua abilità di inserirsi nel tessuto politico e sociale dell'epoca è testimonianza una sua biografia anonima che lo definisce così: "è officioso et efficace per l'amici. Ha molta solertia et è gran captatore di benevolenza con i grandi, perché gli lusinga et si mostra tenace de’ loro interessi, et sa facilmente interessarli conche s'ha guadagnata la confidenza del Papa…". Il cardinale Benedetto fu ritratto da Caravaggio, in un dipinto finora sconosciuto menzionato nell'inventario della sua collezione.
Il secondo figlio di Giuseppe Giustiniani, Vincenzo I (Chios 1564 – Roma 1637), ereditò dal padre il feudo di Bassano, della Diocesi di Sutri, acquistato il 12 giugno 1595 e da Paolo V il 22 novembre del 1605 elevato a titolo di Marchesato, è l’istitutore del fedecommesso. Uomo educato alle arti. Dimostrò un grande eclettismo e una grande passione per le scienze. Accorto collezionista dotato di fine intuito si accostò alle correnti più innovative della pittura del suo tempo, sostenendo nel suo ruolo di mecenate la diffusione del realismo di matrice caravaggesca e dimostrando in più occasioni un'apertura alle novità che pochi suoi contemporanei seppero condividere. Al contempo, Vincenzo coltivò una viva passione per l'antico, accumulando una straordinaria quantità di sculture e bassorilievi che letteralmente invasero tutti gli spazi delle sue residenze. La natura eclettica dei suoi interessi è dimostrata dall' inventario della sua biblioteca, nel quale sono elencati volumi di storia, di filosofia, ma anche di astrologia, medicina e divinazione. La sua passione per le arti e le scienze lo portò a scrivere una serie di saggi che verranno pubblicati postumi con il titolo di ”Discorsi sulle arti e sui mestieri” (ripubblicati qualche anno fa nelle edizioni Città del Silenzio con una prefazione di Lauro Magnani) . Essi denotano una grande conoscenza della pittura, della scultura, della musica e delle costruzioni civili. (preliminari all'edizione critica del Discorso sopra la musica de' suoi tempi di Vincenzo Giustiniani (1628) a cura di Gennaro Tallini).
Nel 2021 grazie al lavoro delle professoresse Silvia Danesi Squarzina e Luisa Capoduro, sono stati portati alla luce altri "discorsi" del del marchese Vincenzo non ancora conosciuti, pubblicati per la Tipografia della Biblioteca Apostolica Vaticana SCRITTI EDITI E INEDITI. I "Discorsi" di Vincenzo sono di fondamentale importanza, non soltanto per la comprensione del suo gusto artistico ma anche per le molte informazioni che se ne possono trarre. Nel 1606 Vincenzo intraprese un viaggio nel Nord Europa che, passando per la Germania, lo condusse fino in Inghilterra e quindi, sulla via del ritorno, in Francia. Le tappe del suo itinerario, i luoghi e gli incontri che lo colpirono maggiormente, sono riportati nel diario che ne dà il resoconto.
Almayden parlando del Marchese Vincenzo I Giustiniani e delle sue doti di sapiente, mecenate e viaggiatore, lo descrive così: "cavaliere di virtù e meriti incomparabili, noti a tutto il mondo … Non vidi mai tale ingegno al mondo …. Di tutto s’intendeva, di tutto discorreva, anche delle scienze più recondite; e con essere affabile aveva ridotto in casa sua una conversatione di cavalieri et uomini letterati …. Fece mobilissimo viaggio in tutta Europa, il quale pose in carta e diresse a me” (pubblicato da un Cod. Ottoboniano della Vaticana).
Il Casato Giustiniani, fu decorato con il titolo di nobile. Con il conferimento di “marchese” a Vincenzo Giustiniani, il casato acquisiva anche questo prestigioso titolo. La giurisdizione del Marchesato si estendeva sulla "marca", ovvero paese di confine, i Marchesi avevano ai loro ordini un buon numero di armati per difendere i territori contenuti nella "marca"; furono perciò chiamati "Custodes limitum", poi Marchiones, Marchisii, ed infine Marchesi. Il titolo di Marchese era già all’epoca puramente onorifico e gentilizio.


Dalla Galleria Giustiniani, da sinistra: il Cardinale Vincenzo Giustiniani (Chios, 28-VIII-1519 – Roma 28-X-1582), Creato cardinale il 17 maggio 1570 da papa Pio V; Giuseppe Giustiniani (Chios 7-V-1521 - Roma 9-I-1600), figlio di “due” Giustiniani di due rami diversi: Benedetto Fabiano Negro Giustiniani e Caterina di Lazarotto Moneglia Giustiniani, sua moglie Gerolama Giustiniani Banca, figlia di Francesco e di Caterina Giustiniani di Brizio, sorella del Cardinal Vincenzo; i loro due figli Benedetto (Chios 5-VI-1554 - Roma 27-III-1621), futuro cardinale (Nominato nel 1586 da Papa Sisto V) e Vincenzo (Chios 13-IX-1564 - Roma 27-XII-1637) futuro primo marchese di Bassano


da sinistra: Andrea Giustiniani, 1° principe di Bassano (1605-1686), Olimpia Giustiniani (1641-1729), figlia del suddetto; sposò (a soli 12 anni) Maffeo Barberini, principe di Palestrina (1631-1685), pronipote e omonimo del Papa Urbano VIII; Benedetto II Giustiniani (1735-1793), 5° principe di Bassano (dipinto da Pompeo Batoni), Probabile ritratto di Andrea Vincenzo III Giustiniani (1762-1826), 6° principe di Bassano - Il fratello Cardinale Giacomo Giustiniani (1769-1843),Cecilia Giustiniani (1796-1877), ultima esponente della linea Giustiniani di Banca


La ragione per cui viene ricordata la famiglia Giustiniani di Roma non è solo per l’aver realizzato in pochissimo tempo cospicue ricchezze ed essere stati i primi mecenati dell’arte, ma soprattutto per il fatto di essersi dedicati a finanziare iniziative benefiche già esistenti in favore dei meno fortunati della Famiglia e dei poveri in generale e tra questi specialmente dei profughi da Chios. Alcune iniziative esistono ancora alla data di oggi e continuano la loro attività. Vincenzo Giustiniani, all'età di 67 anni si trovò senza eredi legittimi, in quanto i tre figli avuti dalla moglie Eugenia Spinola, Giovanni Girolamo, Girolama e Porzia erano morti in tenera età, non avendo nipoti Giustiniani, essendo il cardinale Benedetto il suo unico fratello maschio legittimo, decise di nominare, il 22 gennaio 1631, con testamento olografo, erede universale Andrea Giustiniani, figlio di Cassano Giustiniani Banca, il quale dall’isola di Chios si era trasferito a Messina.  Probabilmente in quanto discendente del cardinale Vincenzo Giustiniani, fratello i sua madre, al quale la sua famiglia era riconoscente per l'aiuto ricevuto al momento del trasferimento da Scio a Roma. Pochi anni dopo la morte di Vincenzo I, avvenuta nel 1638, Andrea potè, per interessamento di Orazio Giustiniani, allora vescovo di Montaldo, sposare Donna Maria Flaminia Pamphili (il testamento di Maria Flaminia P.), figlia di Donna Olimpia e nipote del del Cardinale Gio Batta Panfilio futuro Innocenzo X. Il vescovo Orazio, trasferito da poco a Nocera (1645), ebbe in compenso da Papa Innocenzo X Pamphili l’onore del Cardinalato nel Concistoro e Bibliotecario di Santa Chiesa; mentre Andrea, fino ad allora Marchese di Bassano di Sutri per eredità di Vincenzo Giustiniani, fu nominato Principe il 21 novembre 1645, annoverato tra i Principi assistenti al soglio pontificio. Anche l’Amayden descrive la personalità di Andrea Cassano Giustiniani come “è cortesissimo ed istruito di tutte le scienze, come posso attestare più di ogni altro, per la continua familiarità tenuta seco, al tempo del Marchese Vincenzo”.


Nell’ampio preambolo della Bolla con la quale Innocenzo X concede tale titolo ad Andrea Giustiniani, si illustrano le gesta di numerosi membri della famiglia, ricordando come prima dell’arrivo a Costantinopoli già fosse, tra le case nobili di Genova, chiara ed illustre: «unde oculos in illustrem et antiquam Iustinianorum familiam, que pridem Constantinopolim profecta, in civitatem Ianuensem consedit, inique inter reliquas nobiles familias clara atque illustris habetur, convertentes, eam que a nobis cumulatissime ornetur dignissima comperimus».
Grande fu lo splendore che tale innalzamento riceveva la famiglia Giustiniani di Chios e di Roma, sia in onori civili che ecclesiastici, sino a toccare il Soglio Papale con il Cardinale Orazio, e lo avrebbe ottenuto senza dubbio, due secoli dopo, con il Cardinale Giacomo, nato a Roma il 29 dicembre 1769, dal Principe D. Benedetto e dalla Contessa Cecilia Meoni, se la sera del 6 gennaio del 1831, ventiduesimo giorno del Conclave dopo la morte di Pio VII, il Cardinale Spagnolo Marco y Catalan non avesse ricevuto dall’ambasciatore di Spagna, Labrador, l’esclusiva formale di quella corte per il Cardinale Giacomo Giustiniani, sul coi nome si erano accumulati molti voti. Egli sopportò l’ingiusta esclusione del Governo di Spagna, ma non gli fu concesso di ritirarsi in tranquilla solitudine, poiché Gregorio XVI, eletto in sua vece, lo elevò ai più alti gradi, e morì il 24 febbraio 1843, ricoprendo la carica di Camerlengo del Sacro Collegio, fatto principe di Bassano nel 1737, poi Giovanbattista Vincenzo II che morì nel 1754, poi Girolamo (1714-1757) che sposò nel 1754 Anna Maria Ruspoli, poi in settima generazione Benedetto II.
Dall’unione di Andrea e Maria Flaminia nacquero quattro figli maschi morti in giovane età: Vincenzo II (Roma 27-IX-1643), Giovanni Battista (Roma 26-XII-1644, +1676), Giuseppe Benedetto (Roma 20-III-1646), Gerolamo (Roma 17-V-1647), tre figlie femmine: Laura che morì in tenera età di peste (Roma 5-XI-1655, +1657), Olimpia (Roma 18-V-1641, +27-XII-1729) ritratta fanciulla qui a destra e Caterina (Roma 17-VII-1648, +7-I-1724), che sposarono rispettivamente Maffeo Barberini principe di Palestrina e Giulio Savelli principe d’Albano. L’unico figlio maschio, e futuro erede del feudo, che sopravvisse al padre, fu Carlo Benedetto (Roma 9-XI-1649, +Bassano 25-XI-1679). 
Alla sua morte erano già morti due dei suoi figli maschi Lorenzo e Vincenzo III. Carlo Benedetto sposa il 15 aprile 1661 Caterina Gonzaga (Novellara 1653, Bassano 17-VII-1723) , un’altra donna che lascerà un impronta decisiva nel Feudo di Bassano, che gestirà, per conto del figlio minorenne Vincenzo III, alla morte della suocera Maria Flaminia, dal 1684 fino al 1699. Carlo Benedetto e Caterina ebbero sette figli maschi: Vincenzo III (Roma 30-VIII-1673, +16-III-1754) che succederà al padre nel titolo di Principe di Bassano (III principe di Bassano), Andrea (18-VIII-1674, 22-XII-1741) , Giovanni Battista (19-IX-1675, 6-XI-1751), Girolamo (17-IX-1676, 2-X-1702) prete, Alessandro (11-XI-1677, 11-I-1756) cavaliere gerosolimitano, Carlo (14-II-1679, 28-I-1758) cavaliere gerosolimitano e Alfonso (23-IV-1680, ?-VII-1749). Carlo Benedetto muore a Bassano il 25 novembre 1679 e gli succede Vincenzo III che sposa il 15 aprile 1706 Costanza Boncompagni-Ludovisi da cui ebbe quattro figli: Maria Francesca (Roma 27-VIII-1707, +Roma 24-I-1783), Giuseppe (18-I-1710, 22-XII-1741) sacerdote, Francesco, morto in giovane età (Roma 22-VIII-1711) e Gerolamo Vincenzo IV (IV principe di Bassano) (Roma 2-IX-1714, 26-II-1757).

 


Di seguito i ritratti dei sette figli di Carlo Benedetto Giustiniani e Caterina Gonzaga: Vincenzo III (Roma 30-VIII-1673, +16-III-1754) che succederà al padre nel titolo di Principe di Bassano (III principe di Bassano), Andrea (18-VIII-1674, 22-XII-1741) abate Commendatario del monastero di San Vincenzo martire di Bassano, Chierico della Camera Apostolica e Governatore Pontificio di Camerino, Giovanni Battista (19-IX-1675, 6-XI-1751), Girolamo (17-IX-1676, 2-X-1702) prete e Alfonso (23-IV-1680, ?-VII-1749). A seguire nella riga successiva sempre da sinistra: Alessandro (11-XI-1677, 11-I-1756) cavaliere gerosolimitano, Carlo (14-II-1679, 28-I-1758) anch'esso cavaliere gerosolimitano. Di seguito la moglie di Vincenzo III Giustiniani Costanza Boncompagni-Ludovisi, figlia del Principe Don Gregorio Boncompagni, Duca di Sora ed Arce, Principe Sovrano di Piombino e Principe del Sacro Romano Impero e di Donna Olimpia Ippolita Ludovisi, Principessa Sovrana di Piombino a seguire la loro figlia Maria Francesca (Roma 27-VIII-1707, +Roma 24-I-1783) che sposerà nel 1726 Don Giuseppe Sforza Cesarini, III principe di Genzano, XX conte di Santa Fiora e (probabilmente). Tutti questi dipinti sono esposti al Museo di Roma di Palazzo Braschi (lascito dell'ultima principessa Maria Sofia Giustiniani Bandini nel 1979). Infine il ritratto di ritratto di Donna Olimpia Maidalchini Pamphili con la nipote"Olimpiuccia" figlia di Andrea Cassano Giustiniani primo principe di Bassano e Maria Flaminia Pamphili.

Quando Vincenzo III aveva solo tre anni, suo padre si ritrovò erede dei titoli e delle fortune della sua casata, ma quando anche questi morì appena trentenne nel 1679, il giovane Vincenzo si ritrovò a succedergli, pur essendo ancora minorenne. Seguirono anni di tutela sotto la madre Caterina sino a quando lo stesso Vincenzo non aggiunse la maggiore età per gestire autonomamente il proprio patrimonio. Sin dalla gioventù, Vincenzo si interessò molto anche al mondo letterario, entrando nell'Accademia dell'Arcadia di Roma col nome di Eutimène, giungendo ad ospitare per due anni consecutivi (1705-1706) il concorso letterario dell'accademia nel suo giardino appena fuori Porta Flaminia. Per tale scopo mise a disposizione degli arcadi anche il proprio teatro nella propria residenza di Bassano Romano, fatto realizzare dal padre a metà del Seicento e poi da lui ampiamente rimaneggiato. In questo suo teatro assistette a delle rappresentazioni anche il principe Giacomo Francesco Edoardo Stuart, pretendente al trono di Gran Bretagna per la casata degli Stuart dopo l'esilio del 1688, che fu anche ospite presso la sua residenza romana. A lui si deve la prosecuzione dei lavori ed i miglioramenti edilizi a Bassano Romano, fece terminare la chiesetta dedicata a San Filippo Neri. Si dedicò assiduamente anche allo studio della moderna medicina, dilettandosi da speziale e facendosi realizzare appositamente uno studiolo portatile da viaggio dove era possibile raccogliere le erbe, preparare i composti e pesare attentamente gli ingredienti dei medicinali (la cosiddetta Giustiniani medicin chest oggi esposta al Wellcome Museum of the History of Medicine di Londra). Vincenzo III muore a Roma il 16 marzo 1741 e viene sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa della Minerva. Gli succede Gerolamo Vincenzo IV che sposa nel 1734 Anna Maria Angelica Marescotti Ruspoli (1707, 21-II-1766) , da cui ebbe un unico figlio Benedetto II (Roma 10-VII-1735, Firenze 26-II-1793), che succederà al padre come V principe di Bassano nel 1757.  Benedetto II sposa a Napoli il 18 maggio 1757, Cecilia Charlotte Mahony (1741, 18-II-1789) unica figlia del conte irlandese Giacomo Giuseppe Mahony. Benedetto II e Cecilia ebbero nove figli: Vincenzo V (Roma 1-II-1759, ante quem 2-XI-1762), Girolamo (Roma 27-VIII-1760, ante quem 1789), Caterina Valeria (Roma 26-VIII-1761, +23-XI-1813) , Andrea Vincenzo VI (Roma 2-XI-1762, Bassano 16-XI-1826) , Maria Isabella (Roma 8-XI-1763, 1783) , Girolamo Tommaso (10-VII-1766, ante quem 1789), Lorenzo Benedetto (Roma 1-X-1767, Roma ?-I-1843) , Giacomo Tommaso (Roma 29-XII-1769, Roma 24-II-1843) cardinale , Giuseppe (5-II-1775, prima 1789). Benedetto II muore a Firenze il 26 febbraio 1793 e verrà poi sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa della Minerva. Gli succede Andrea Vincenzo VI (VI principe di Bassano).
La grandezza della famiglia Giustiniani durata per tanti secoli si spegneva allorché l’Europa usciva dalle guerre Napoleoniche. I tempi difficili della prima repubblica romana (1798) avevano costretto Benedetto ed i figli Vincenzo, Lorenzo e Giacomo Tommaso a cedere per alloggio ai “cittadini” francesi a Roma e ai militari, sia la villa di San Giovanni che parte del palazzo. Vincenzo fu anche sequestrato con altri tre principi Romani (Braschi, Gabrielli e Borghese) l'11 febbraio 1798 dalle truppe francesi entrate a Roma (notizie storiche sull'invasione francese a Roma e sulla nascita della Prima Repubblica Romana lettera del 19 febbraio 1798 dell'Abate Giovanni Bernardi), anche se poi lo stesso si ritrova a Parigi come il “cittadino Vincenzo Giustiniani” inviato Straordinario della Repubblica Romana a Parigi nel 1798, e fu ricevuto dall’onnipotente ministro Carlo Maurizio de Talleyrand.
  Vincenzo, il sesto Principe Giustiniani, dissipate le ingenti ricchezze ereditate dagli avi e ridotto il fedecommesso istituito da Vincenzo I il 22 gennaio 1631, quando ormai erano numerosi i suoi numerosi creditori, si spegneva il 13 novembre 1826 senza eredi maschi. Anche i due fratelli di Vincenzo VI non potevano ereditare essendo Giacomo Tommaso cardinale di Albano (nominato il 2 ottobre 1826), e Lorenzo Benedetto cavaliere professo gerosolimitano. Con la morte di Vincenzo VI il 4 febbraio 1843 si estinse il ramo dei Giustiniani-Banca. L'ultimo principe nominò suo successore legittimo ed erede al titolo ed ai beni Leone (o Leonardo) Giustiniani-Negro, ottavo nella serie dei principi di Bassano.
La nipote di Leone Giustiniani Negro, Cecilia, figlia dell’ultimo Vincenzo, morto il 13 novembre 1826, con la quale si era estinta la linea retta primogeniale del principe Andrea, erede del fedecommesso, sposò Carlo Bandini, padre di Sigismondo Bandini Giustiniani. Morto Leonardo Giustiniani e tutti i suoi fratelli senza prole, ed estinguendo anche il ramo dei Giustiniani-Negro, il titolo del Principe di Bassano passò al ramo dei Recanelli-Giustiniani di Genova con il marchese Alessandro Giustiniani, discendente diretto in 13 grado del grande Pietro Recanelli-Giustiniani e figlio del già marchese Pantaleo, morto il 17 febbraio 1867. Il ramo Recanelli fu senza dubbio con quello Romano del marchese Vincenzo Giustiniani il più fecondo di uomini che si distinsero nelle arti e nella nobiltà. Gabriele figlio di Pietro Recanelli Giustiniani, fu creato Conte Palatino l'8 dicembre 1417 dall'imperatore Sigismondo. Giannettino, da Luigi XIII re di Francia fu nominato Marchese e rappresentante di Francia a Genova nel 1640, 1643 e 1657; Andrea fu consigliere dell'imperatore Carlo V; Vincenzo fu amico intimo di Enrico II Re di Francia; Alessandro medico e latinista famoso del XVI secolo e traduttore di parecchi scritti di Aristotele e Ippocrate; Francesco, nipote del precedente, fu famoso botanico e matematico. L’eredità del fedecommesso di Vincenzo Giustiniani, ramo diretto dei Giustiniani, si estingue quindi nel XIX secolo e confluisce nel ramo Bandini. Pur rafforzando l’asse ereditario attraverso le doti dai buoni matrimoni contratti (Gonzaga, Boncompagni Ludovisi, Ruspoli, Grillo, Mondragone e con gli inglesi conti di Newburg), già sul finire del ‘700 la situazione economica della famiglia era enormemente peggiorata al punto che Vincenzo, figlio di Benedetto, sposato a Nicoletta Grillo di Mondragone (nome completo: Maria Nicoletta Giuseppa Francesca Raffaela Cornelia Teresa Melchiorra Gaspara Baldasarra Angela Giovanna Luisa Guidetta), nel giro di meno di dieci anni aveva ottenuto da Pio VI (1775-1799) e Pio VII (1800-1823) tre chirografari che lo autorizzavano il primo a contrarre debiti per 75.000 scudi (in data 20 giugno1796), il secondo a vendere una delle tenute del patrimonio (in data 28 agosto 1800) e, infine, il terzo a vincolare la somma di 100.000 scudi (in data 28 agosto1803). Con ciò tuttavia non obbligò tutto il patrimonio diretto primogenitale bensì l’antico asse trasversale disposto nel fedecommesso del 1631. I tre chirografari papali si rilevarono una trappola quando Cecilia, unica erede di Vincenzo e di tutto l’asse Giustiniani di Roma nel 1815 dovrà procurarsi dote per andare in sposa al nobile Carlo Bandini di Macerata. Nelle obiezioni esposte nella supplica, emerge l’omessa dichiarazione di Vincenzo, al momento del primo chirografario nel Giugno 1796, di essere già padre di Cecilia, nata in febbraio di quello stesso anno.  Difatti se la nascita fosse avvenuta dopo la concessione del Papa “avrebbe ascoltata la sua richiesta di dote”, è per questa ragione che, nel 1815, fidanzata al Bandini, impetra una “dote congrua di paraggio” oscillante sui 50-70.000 scudi da trarre sopra i beni del fedecommesso, affinché restassero separate le concessioni pontificie e le disgrazie domestiche. Donna Cecilia concluderà così la sua discendenza diretta sposando il Bandini e trasmetterà a suo figlio Sigismondo i suoi titoli di del ducato di Mondragone eredito dai Grillo e la contea di Newburg, ereditata dalla nonna, confluendo il tutto nel ramo dei Giustiniani Bandini. Estinta la prima linea retta, Banca-Giustiniani e Negro-Giustiniani, dei partecipanti al fedecommesso e al principato, sorsero lunghe contese che per oltre un secolo hanno occupato i Tribunali Pontifici, del Regno d’Italia ed infine della Repubblica. Interessante al riguardo il parere "per la verità" dell'Avvocato Vittorio Scialoja sul Diritto al nome e allo stemma del 1889 in merito proprio all'uso della cognomizzazione e dello stemma Giustiniani da parte di Sigismondo Bandini.
Con la morte di Vincenzo VI si disperde definitivamente anche la collezione Giustiniani che per un paio di secoli è stata la più importante nella Capitale (1.867 sculture antiche e 638 dipinti, in seguito divenuti 820: compresi ben 15 Caravaggio), dopo una prima dispersione, ha visto la sua fine definitiva sancita proprio dai debiti e dalle tassazioni, che la famiglia proprietaria non poteva onorare per la mancanza di fondi liquidi. Era la collezione iniziata nel Seicento dai due fratelli Giustiniani, il marchese Vincenzo e il cardinale Benedetto, nel loro palazzo, attualmente sede della Presidenza del Senato, di cui nessun “grand-tourista” ometteva comunque la visita: «Non vi è palazzo in Roma che abbia tante statue come di questo Prencipe», scriveva Pietro Rossini nel 1693; e nella sua guida, «la più diffusa in Europa in quel periodo, tradotta in varie lingue e pubblicata in grandi tirature», Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande, quello che si stupiva perché a Venezia i libri si vendevano «come le noci», dedica ben 13 pagine alla descrizione del palazzo e di quanto conteneva. Tuttavia, nonostante quanto prescriveva nel proprio testamento il marchese Vincenzo una prima parte è alienata già attorno al 1720: sculture antiche cedute al cardinale Alessandro Albani, e a Thomas VIII duca di Pembroke a Wilton House.
Ma il grosso va disperso tra la fine del settecento e i primi decenni dell’Ottocento. Soltanto Federico Guglielmo III re di Prussia acquista, in una volta sola, ben 157 dipinti. Per dirne una, nel 1808, con la mediazione di Dominique-Vivant Denon, allora direttore del Musée Napoleon, il Suonatore di liuto di Caravaggio, ora all’Ermitage di San Pietroburgo, è acquistato dallo zar Alessandro I. I Giustiniani, le cui rendite erano già notevolmente diminuite, come molti patrizi romani sborsano duemila scudi d’imposta per armare la truppa pontificia di Pio VI; da Papa Braschi ottengono ipoteche (7.000 scudi) sulle loro proprietà, che ben presto però spendono per far fronte alle tasse del governo repubblicano. Tra le cause «dell’irreversibile declino», ci sono anche «le pesantissime tasse imposte dai francesi durante gli anni della loro dominazione a Roma»; e l’ultima parte di quella formidabile raccolta che trova la sua pessima fine, è il massimo lotto delle sculture.
Giovanni Torlonia, «scaltro cambiavalute di origine francese», è tra i pochi, in quei frangenti, a possedere una notevole liquidità; alcune delle più prestigiose casate romane (Orsini, Borghese, Bolognetti, Braschi Onesti, Chigi) devono far ricorso proprio al banco Torlonia, «vendendo o ipotecando i propri beni, le opere d’arte per prime». Così, cedono arte ai Torlonia anche nomi prestigiosi: Colonna, Santacroce, Altieri, Crescenzi Bonelli, Soderini, Valenti Gonzaga. Il banchiere ingiunge ai Giustiniani di ripianare i debiti contratti, e l’ultimo discendente del marchese Vincenzo, suo omonimo, perde quel che gli restava della collezione: 270 sculture, di cui 115 rilevate appunto dal Torlonia. Anche se non la Minerva osannata da Goethe, che dall’Ottocento è in Vaticano; né l’immensa Testa di Costantino, che dal Novecento è al Metropolitan. Poi, un altro Torlonia s’incaricherà di trasformare le 77 sale del museo di famiglia in 99 miniappartamenti, e così quelle sculture risultano ora invisibili a chiunque da quasi mezzo secolo.
I Giustiniani comunque non si diffusero solo a Roma e Genova. Quelli rimasti a Scio fino al 1566, posteriormente alla formazione degli alberghi del 1528, che tornarono in Grecia o in Italia, furono aggregati all’albergo dei Giustiniani, già Recanelli, che si trovava a Genova, poterono in seguito riprendere il primitivo cognome. Quelli rimasti a Scio continuarono a dirsi Giustiniani. Fra tali famiglie vi era anche un ramo dei Giustiniani Recanelli che si stabilì a Roma (come riferisce l’Amayden), oltre quello che si stabilì a Genova. In oriente sopravvivono ancora alcuni rami Giustinini a Smirne, il marchese (dal 1891) Edmondo Giustiniani de Forneto figlio di Nicolò nato a Scio il 1798. Un ramo collaterale spento nel XVIII secolo aveva formato una sede a Nasso (Grecia), dove un certo Giovanni Giustiniani aveva nel 1670 vasti possedimenti. I rami dei Campi e dei Longo si diffusero a Genova, Ancona e Foligno. Lo stemma primitivo dei Giustiniani di Scio è un castello a tre torri di cui la centrale più alta, bianco in campo rosso, l’arma è come il labaro Romano. Nel 1413 l’imperatore Sigismondo concesse di aggiungere l’aquila nera imperiale monocipite rivolta verso destra incoronata di corona d’oro, in campo d’oro. Ancora oggi questo stemma è visibile sui palazzi decadenti di Scio e nella contrada dei Giustiniani di Genova.

Queste sono le linee genealogiche dei Giustiniani in base alle risultate dell'Archivio di Stato di Genova di Carl Hopf:
Alberi Genealogici dei Giustiniani (edito nel 1873)

NOTIZIE ARALDICHE E VICISSITUDINI STORICHE DELLE FAMIGLIE DI ORIGINE GENOVESE A CHIOS DOPO IL 1566
I Genovesi d'Oltremare i primi coloni moderni STORIA DELLA CITTA’ DI GENOVA DALLE SUE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA MARINARA
LINEE GUIDA DELLA STORIA GENOVESE 1339-1528
Presso la Libreria Bozzi di Genova si può trovare un ricco assortimento di testi sulla storia della Città e Ligure
LA BATTAGLIA DI LEPANTO 7 OTTOBRE 1571 (Pietro Giustiniani, Veneziano, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine).
STORIA DI GENOVA, DEL REGNO DI SPAGNA IN ITALIA DAL 1600 AL 1750
Memorie di Genova (1624 - 1647) di Agostino Schiaffino a cura e con introduzione di Carlo Cabella in Prima edizione nei "Quaderni di Storia e Letteratura": Settembre 1996. Opera completa.
IL REGNO VENEZIANO DI MOREA E L’ULTIMA GUERRA CRISTIANA CONTRO I TURCHI A SCIO DEL 1695
Pirati e pirateria nel Mediterraneo medievale: il caso di Giuliano Gattilusio di Enrico Basso. Stampa in Praktika Synedriou “Oi Gatelouzoi tìs Lesbou”, 9-11 septembríou 1994, Mytilini, a cura di A. Mazarakis, Atene 1996 (“Mesaionikà Tetradia”)© dell’autore - Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”
Histore de la République de Gênes di Émile Vincens, un testo in francese del 1843, scaricabile gratuitamente su internet giustiniani dynasty del mediterraneo
Gli archivi notarili del dominio Genovese nella seconda metà del settecento di Ausilia Roccatagliata
I Giustiniani quattro secoli di ricchezze di Giovanni Assereto
Governare la città. Pratiche sociali e linguaggi politici a Genova in età medievale di Giovanna Petti Balbi. Firenze, Reti Medievali - Firenze University Press, 2007. Le strategie politiche, le dinamiche sociali, il linguaggio delle istituzioni e degli uomini che le esprimono concorrono a delineare gli instabili assetti di una città che tenta, senza riuscirvi, di approdare nel Quattrocento a forme di governo e di autorappresentazione pari a quelle maturate in altri ambiti italiani.
L’Occidente, Bisanzio e il Mar Nero nel XIII secolo , Mediterraneo, Bisanzio e il Mar Nero di Michel Balard, distribuiti in formato digitale da Itinerari Medievali.
CASTIGATISSIMI ANNALI DELLA REPUBBLICA DI GENOVA di Agostino Giustiniani, versione integrale del libro
La Bibbia Giustiniani lo Psalterium Hebraeum, Graecum, Arabicum, et Chaldaeum, cum tribus Latinis interpretationibus et glossis di Agostino Giustiniani
 Il sito di Christopher Long interessante la sezione storica dedicata a Chios.
XIAKA di Alexander Vlastos, “The History of the Island of Chios from its earliest times down to its destruction, by the Turks in 1822” (in inglese)
Parparia una storia dimenticata: “tis Annas tis Mouzouros” un interessantissimo sito di Stavros Stefanidis in Inglese ricco di approfondimenti storici su Chios, ricco di materiale storico e mappe in generale sull'isola
Storia architettonica di un isola della Grecia Bizantina di Piero Cimbolli Spagnesi, un abstract sullo studio dell’architettura bizantina sull’isola di Chios. La necessità di studiare l’architettura del mondo bizantino per aree omogenee quanto a cultura e caratteristiche geo-morfologiche, fa infatti di questa un osservatorio privilegiato. Perché non solo essa ebbe una lunga storia medioevale ed un’impareggiabile continuità di documentazione, ma la sua particolare posizione nel mare Egeo a nord di Creta e di fronte all’Asia Minore, ne fece un approdo cardine per le rotte lungo il Bosforo verso il Mar Nero, oltre che una base navale sicura nel Mediterraneo orientale e la porta d’ingresso verso est dell’intera penisola anatolica.
Inoltre, Chios si caratterizzò a lungo per la fioritura nella zona sud di mastice per uso medico e alimentare, il che la rese luogo esclusivo di produzione e base d’avvio di commerci fiorenti. Nel proporre un modo di intendere l’architettura del Medioevo greco aderente alle consuete scansioni temporali (proto-bizantino, bizantino medio e tardo, post-bizantino), l’opera guarda ad esse anche come momenti inscindibili di un’unica mentalità. Il suo studio a ritroso è reso necessario dal fatto che le trasformazioni occorse dopo l’avvio dell’avanzata turca alla metà del XV secolo hanno cancellato quasi completamente tante testimonianze precedenti. Ciò è emblematico proprio a Chios dove, pensando alle trasformazioni dei villaggi bizantini, sono rintracciabili i segni tangibili di ogni momento passato, con una continuità tale da rendere l’isola particolarmente adatta a servire da documento fondamentale per una storia più vasta delle diverse realtà di religione cristiano-ortodossa del Mediterraneo centro-orientale.
Storia di Chios in greco moderno
 Segnalo inoltre un breve, ma interessante romanzo storico sulla genova del trecento per la Fratelli Frilli Editore di Roberto Dameri: Gelindo Lercaro: una storia genovese del 1300. Attraverso le vicende d'amore e di guerra del protagonista, riviviamo la storia della Genova del Trecento e del primo Quattrocento. Conosciamo la vita quotidiana di un genovese che acquistava la carne al Molo o ai macelli di Soziglia, mentre il pesce veniva comperato a Caricamento presso la "clapa piscium" o "ciappa" in dialetto, un lastrone di pietra che veniva usato anche per bastonare i condannati per reati comuni. Rivediamo i palazzi di Genova, le sue chiese, i vicoli stretti e maleodoranti percorsi giornalmente da asini, buoi, cavalli ma non da carretti, allora vietati in città. Senza dimenticare i dogi di allora, compreso Simone Boccanegra che nel 1339 viene eletto a vita, mentre nel 1340 nasce la "compagnia del caravano", la prima corporazione dei camalli. Ecco la storia della Lanterna e del Banco di San Giorgio ed alcuni avvenimenti riguardanti le colonie genovesi della Sardegna, Corsica e del Mar Nero. Emergono le tante battaglie tra Genova e Venezia, nonché le lotte intestine tra le varie classi sociali, con alcune famiglie che non esitarono a vendersi allo straniero pur di emergere sulle rivali. E l’incubo della terribile peste nera del 1347, portata in Italia dai marinai genovesi provenienti da Caffa, sul Mar Nero.
Nuclei famigliari da Genova a Chios nel quattrocento di Laura Balletto
L’ISOLA DI CHIOS E L’INFLUSSO LESSICALE GENOVESE IN GRECIA: UNA SINTESI di Fiorenzo Toso
La Finanza genovese e il sistema imperiale spagnolo di Manuel Herrero Sánchez, Universitá Pablo de Olavide, Siviglia
Bartolomeo Colonna da Chioo il greco genovese che portò la stampa nelle Marche

STAMPA:
La Dynasty dei Giustiniani da azionisti a principi - Il Secolo XIX del 25.2.2004 di Marco Giacobbe
I Giustiniani a Roccapassa: dogi, vescovi, scrittori e martiri - Il Messaggero del 10.2.2005 di Andrea Liparoto
Dalla Maona alla prima popolare - Milano Finanza del 5.4.2005 di Guido Crapanzano


I Giustiniani da piazzalonga a roccapassa lapide roberto Giustiniani
 

I GIUSTINIANI, UNA NOBILE FAMIGLIA GENOVESE NELL'AMATRICIANO, DA PIAZZA LONGA A ROCCAPASSA
(Phasar edizioni Firenze) di Enrico Giustiniani

(il testo è acquistabile direttamente dal sito della casa editrice Phasar al prezzo di € 12,00)

Seppur apparentemente curioso, ma una delle "dodici" famiglie che formarono l'Albergo Giustiniani, quella dei "Longo", ormai estinta da oltre un secolo a Genova, ebbe una feconda discendenza nella “villa” di Roccapassa, attuale frazione del comune di Amatrice in provincia di Rieti.
Il ramo "Longo" è tra i più importanti della famiglia dei Giustiniani: oltre Giovanni difensore di Costantinopoli, ricordiamo tre Dogi: Gianandrea (nel biennio 1539-1541), Alessandro (nel biennio 1611-1613) e Luca (nel 1644) ed il corsaro Brizio il cui sepolcro si trova nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli (Napoli) nella cappella di famiglia decorata da Giovanni da Nola.
Carlo Giustiniani olim Longo nato a Genova il 7 marzo 1697, terzogenito di Luca doge di Genova e Livia Balbi, si trasferisce a Roccapassa dove vi muore il 1 maggio 1766. Tumulato nella locale Chiesa di Santa Maria della Presentazione, il suo sepolcro è ornato dallo stemma di famiglia e dalla scritta: «D. CAROLUS LUCAE COSMO FILIUS EX JUSTINIANEA JANUENSI FAMILIA». Uno degli ultimi discendenti di questo ramo Roberto Giustiniani, fu sepolto nel 1967 nella cappella gentilizia nella chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva insieme ai “grandi” della famiglia del ramo Negro-Banca (lapide qui a destra).
Nel testo la storia della famiglia Giustiniani "ramo" Longo da Genova a Roccapassa e le vicende giudiziarie del pio legato di Vincenzo Giustiniani marchese di Bassano istituito nel 1631 che ha interessato, nel corso di oltre tre secoli, tutti i discendenti delle dodici famiglie Giustiniani, fino alla definitiva liquidazione avvenuta nel 1958.
Oltre alle osservazioni di carattere prettamente storico e documentale riguardanti la storia dei Giustiniani, l'autore aggiunge delle annotazioni intimistiche, e per alcuni versi romantiche, sulla “villa” di Roccapassa.





la mia fotoARMA DEL CASATO: Di rosso al mastio d’argento esagonale, merlato alla guelfa, torricellato di tre pezzi, quella di mezzo più elevata e più tozza, aperto e finestrato nel campo; col capo d’oro carico di un’aquila coronata del campo di nero uscente dalla partizione (Conte Alessandro Franchi Verney, Armista delle famiglie nobili e titolate della monarchia Sabauda, Torino 1853, vol 4, S. XII: I Giustiniani di Genova). L’aquila nera imperiale rivolta a destra e coronata d’oro del blasone, fu aggiunta nel 1413, quando l’Imperatore Sigismondo, per i meriti di Francesco Campi Giustiniani, ambasciatore, nominato dallo stesso conte Palatino. In un altra descrizione si aggiunge che il castello sia fondato nel mare d'azzurro fluttuoso d'argento, a simboleggiare il dominio della famiglia sull'isola di Chios.
Stemma della famiglia Giustiniani e cognomi aggregati nel suo albergo contenuta nell’albo di Vittorio Gropallo e Luciano Lenzi sul “Patriziato Genovese e le famiglie nobili di Sarzana”, edito da Sturli nel 1992. L’edizione originale era il libro che Agostino Fransone scrisse nel 1636. I “cognomina” delle famiglie nobili “aggregate” all’albero dei Giustiniani come riportate nella tavola XXVII erano 43 (come si legge nello stemma sopra riportato da destra in alto, in senso orario, prima il giro interno, poi il giro esterno): Longhi, Arangi, Campi, Oliviero, Rocca, Maruffa, Negro, Pagana, Ughetto, Castello, Reccanello, Moneglia, Fornetto, Garibaldo, Bancha, S. Theodoro, Sestri, Vegetti, Rebuffi, Mongiardina, Argiroffo, Leonardo, Boniventa, Silvarezza, Ponte, Cavatorta, Ciocchia, Figalla, Vallarana, Corsa, Bona, Massona, Murchia, Arena, Roccatagliata, Prato, Briandata, Prandi, Novara, Vallebona, Bonfante, Passana e Moneglia.


E' stato fondato a Genova nel 2021 un trust, sull'esempio della preesistente fedecommisseria Giustiniani, la Nuovissima Maona Giustiniani  con sede a Genova a Palazzo Giustiniani (Piazza dei Giustiniani, 6), che si propone di promuovere incontri internazionali, nazionali o regionali su un tema di ricerca, rendendo disponibili i dati di contatto dei membri della famiglia, mettendo a disposizione i dati della ricerca delle famiglie Giustinianee. L'Associazione ha come obiettivo anche quello di mettere in contatto i specialisti storici delle famiglie aggregate nell'albergo Giustiniani, creare partnership con associazioni complementari, permettendo a quante più persone possibile di mantenere o entrare in contatto con parenti più o meno stretti che, per la loro storia, sono sparsi un po' ovunque nel mondo Per informazioni e riferimenti: mahonejust@gmail.com.

E' stata fondata a Roma il 13 settembre 2022 in occasione del 458esimo anniversario della nascita del marchese Vincenzo Giustiniani (13 settembre 1564) un'accademia di studi a lui dedicata: l'Accademia internazionale di lettere arti e scienze Vincenzo Giustiniani , un'associazione culturale senza fini di lucro, nata con lo scopo statutario di ricordare la memoria dell’eclettico pensiero del marchese Vincenzo. L’Accademia persegue esclusivamente finalità di interesse sociale: formazione  educativa, valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale e bibliotecario, ricerca scientifica, organizzazione e gestione di attività culturali, turistiche, artistiche e ricreative. Il suo scopo è quello di proporsi come luogo di incontro e di aggregazione di interessi artistico, letterari, scientifici, storici e culturali in generale, promuovendo ed incrementando gli studi e le ricerche di ogni genere, tipo e grado, con particolare riguardo a quelle sulla figura del marchese Vincenzo Giustiniani e delle altre più rilevanti della stessa famiglia. Per informazioni e riferimenti: accademia.giustiniani@gmail.com.

C. Hopf nella sua I Giustiniani dinastia di Chios (qui il testo in francese), riporta come il motto dei Giustiniani di Scio: “SI JE PUIS, SUPREMA REQUIRO”. anche se non ho trovato prove documentali dove sia riportato.
Nella "sala del Parnaso" nella Villa Giustiniani a Bassano Romano dove si trovano gli affreschi di Genova e Chios per testimoniare le origini della famiglia sono riportati quattro motti latini due relativi all'aquila dello stemma IUSTA SUM ET CUM IUSTIS MANEO e “IUPPITER ME MISIT CUM IUSTIS“ ad evocare la virtù della "giustizia" (Imperatore Giustiniano - il famoso codice di leggi - famiglia Giustiniani) e due relativi al castello“SIC ANIMO IN ADVERTIS“ e GLORIA ET DIVITIE IN DOMO EIUS“ ad evocare la virtù della "fortitudine". Allegorie della "giustizia" e della "fortitudine" sono anche presenti nell'affresco nella stessa Villa di Bassano nella sala dei Cesari (la foto che vedete proprio ad inizio sito).
Ricordo infine che oltre al cognome Giustiniani potrebbero essere riconducibili alla stessa casata i cognomi: Giustinian, Zustinian o Ziustinian (specie in Veneto); Giustiniano, Giustignani, Justiniano, Justiniani; Iustinianis, Justinijanovic (in Slovenia e Jugoslavia), Gioustinianis o Goustianis (in Grecia) in Greco: IOUSTINIANHE o GIUSTINIANI.


LA COLLEZIONE GIUSTINIANI

"l'intentione mia è che tutte le statue e tutti li quadri di pittura et altri come sopra [di ricamo e di rilievo, di marmo e di metallo] che al presente sono e saranno nel punto della mia morte nel mio palazzo nel quale abito et in altro ove abitassi e che saranno negli miei giardini e nella mia terra di Bassano e tutti gli altri che saranno nelle botteghe de scultori o scalpellini o pittori et in ogni altro luogo,..restino per mia memoria perpetuamente per ornamento del palazzo e giardini miei come ho detto".

"…non solo in Roma, in Venezia, ed in altre parti d'Italia, ma anco in Fiandra ed in Francia modernamente si è messo in uso di parare i palazzi co' quadri, per andare variando l'uso de' paramenti sontuosi usati per il passato…"
(Vincenzo Giustiniani)

stemma della galleriaL'incredulità di S.Tommaso di Caravaggio (collezione Giustiniani)

L'incredulità di S.Tommaso di Caravaggio - collezione Giustiniani

 

"cavaliere di virtù e meriti incomparabili, noti a tutto il mondo … Non vidi mai tale ingegno al mondo …. Di tutto s’intendeva, di tutto discorreva, anche delle scienze più recondite; e con essere affabile aveva ridotto in casa sua una conversatione di cavalieri et uomini letterati ….
Fece mobilissimo viaggio in tutta Europa, il quale pose in carta e diresse a me”
(Almayden parlando del Marchese Vincenzo I Giustiniani e delle sue doti di sapiente, mecenate e viaggiatore, pubblicato da un Cod. Ottoboniano della Vaticana)
Diario di viaggio di Vincenzo Giustiniani
di Bernardo Bizoni

la mia fotola mia fotoC'era un luogo,a Roma, dove i viaggiatori e gli appassionati d'arte potevano toccar con mano, attraverso splendidi capolavori, la nascita, lo sviluppo, l'articolarsi della pittura del Seicento. Questo luogo era il palazzo Giustiniani, di fronte a San Luigi dei Francesi, dove erano raccolti circa 600 memorabili dipinti, purtroppo dispersi all'inizio dell'Ottocento e finiti nei musei di varie nazioni.
A quattro secoli dalla sua formazione, nel 2001, il nucleo fondamentale della collezione Giustiniani ritornò nel palazzo di famiglia, oggi sede della Presidenza del Senato della Repubblica Italiana riproponendo il magico rapporto che, in una antica collezione, legava le opere allo spazio che la conteneva. Proprio in quell'occasione, le sale del palazzo furono aperte per la prima volta al pubblico, offrendo l'immagine di uno spazio privato ed esclusivo, lontano dagli sfarzi delle grandi sale barocche, rivelando, in un percorso senza precedenti, l'atmosfera appartata di una cultura di raffinati conoscitori, sensibili all'arte come alla musica, al teatro ed alla letteratura, ma anche aperti alle suggestioni affascinanti della scienza galileiana. L'esposizione ha permesso di ammirare settanta opere dei grandi protagonisti della pittura del XVI e XVII secolo: Lorenzo Lotto, Veronese, I Carracci, Poussin, maestri italiani, francesi e olandesi, e, soprattutto, le tele di Caravaggio, di cui Vincenzo Giustiniani fu il primo e forse il più grande estimatore e collezionista. Qui di seguito le opere presentate la descrizione delle opere presentate alla mostra:
Gli oggetti e i quadri di familia
I quadri antichi
La scuola Bolognese
Caravaggio e i Caravaggeschi
Annibale Carracci
Gli oggetti della collezione neoclassica

la mia fotoAlcuni link sulla "collezione Giustiniani": Vanta questa Casa di havere quaranta quadri grandi per Altari Sulla collezione Giustiniani di Stefano Pierguidi in Studi Romani Anno LIX - NN. 1-4 Gennaio-Dicembre 2011.
I fratelli Benedetto e Vincenzo Giustiniani

Vincenzo e Benedetto, avevano raccolto l’aspetto più bello e nobilitante dell’eredità paterna: l’amore per l’arte, che coltivarono accrescendo la piccola preesistente collezione con scelte innovative ed intelligenti. La loro attività mecenatistica andò oltre la scoperta di nuovi talenti, come in un certo modo avvenne proprio per Caravaggio, e fu in grado di creare occasioni di lavoro per gli stessi artisti emergenti, procurandogli committenze, alimentando così il nascente mercato dell’arte.
Nell’inventario di Vincenzo del 1638 si contano: 1.867 sculture, circa 600 dipinti e 15 tele del Caravaggio, tra cui l’Amore Vincitore che il Marchese copriva con un drappo, essendo opera di una tale bellezza che i visitatori di rango dell’epoca, da lui accolti ben volentieri, si sarebbero fermati solo lì davanti e non avrebbero visto altro.
Quest’amore per il bello porterà Vincenzo a diventare uno dei più grandi collezionisti romani del primo Seicento. Come scrisse di lui Theodor Ameyden «…di tutto discorreva, di tutto s'intendeva, anche delle scienze più recondite».
Vincenzo era un gentiluomo coltissimo, di un’originalità vitale e profonda, umana soprattutto. É inoltre autore di una serie di scritti sulle arti e sui mestieri, elaborati in forma di lettere discorsive indirizzate all’amico Theodor Ameyden (1586-1656) , di fondamentale importanza, non soltanto per la comprensione del suo gusto artistico, ma anche per le molte informazioni che se ne possono trarre. “Discorsi”: sulla pittura, sulla scultura, sulla musica e sull’architettura, ma anche sulla caccia, sull’arte di viaggiare, sugli usi e costumi di Roma e Napoli e sull’arte di servire in tavola. Dalla loro lettura se ne ricava l’immagine di un uomo accorto agli affari, ma in realtà tutto proiettato sulla piacevolezza del vivere e sulle soddisfazioni dell’intelletto. 
Alcuni discorsi del marchese Vincenzo, non ancora conosciuti, sono stati recentemente pubblicati a cura di Silvia Danesi Squarzina e Luisa Capoduro per la Tipografia della Biblioteca Apostolica Vaticana SCRITTI EDITI E INEDITI. Il manoscritto è il più ricco e completo fra quelli contenenti i Discorsi di Vincenzo Giustiniani già pubblicati, raccogliendo otto Discorsi inediti insieme a sette degli otto già noti del Marchese che, in tarda età, nella tranquillità della grande dimora di Bassano volle riordinare, correggendo di suo pugno, e completando testi e pensieri che avevano attraversato la sua intera esistenza. Viaggi, vita di corte, antichità di Roma (l’inedito più importante), pittura, scultura, architettura, conversazione, musica, il gioco del pallamaglio, i puledri nel dialogo tra Renzo romano et Aniello napolitano, mura di Genova, podagra, caccia, cavalli, cani (da lui molto amati), sono gli argomenti via via trattati con semplicità e sapere, destinati a intrattenere uno scelto pubblico di amici. Il prezioso documento aggiunge spessore a un personaggio già famoso per la sua straordinaria raccolta di dip che sono capisaldi della nostra storia dell’arte. Discorsi (parola di per sé eloquente) qui raccolti ci fanno penetrare in un mondo non solo di immagini ma anche di idee, un mondo conviviale, dove la musica, l’arte, la letteratura (conosciamo i libri che componevaninti e di marmi antichi e va letto nell’ottica degli studi sul collezionismo che, oltre a privilegiare la frequentazione degli archivi, non possono trascurare di volgere l’attenzione a quegli uomini che seppero unire intelligenza e cultura per scegliere e raccogliere opereo la biblioteca del gentiluomo) erano i temi di una elitaria conversazione rivolta a una cerchia irripetibile. Nella serie dei Discorsi pubblicati da Squarzina-Capoduro si legge l’itinerario interiore di un uomo che comprese lo spirito del tempo e, con discrezione e rigore assoluti, seppe influenzare la cultura artistica romana (e non solo) della prima metà del Seicento. Sulla sinistra il brevissimo testo (biblioteca Apostolica Vaticana 12670, f.268r) fa in qualche modo da preambolo a tutti i discorsi del marchese Vincenzo che sembrano avere un destinatario unico anche se alcuni sono indirizzati nel preambolo a persone diverse, probabilmente il nipote Camillo Massimi con cui il marchese aveva un grande affetto e affinità sia intellettuale sia per i gusti collezionistici.

ALLE RADICI DELLA STORIA DEI MUSEI NAZIONALI: IL COLLEZIONISMO ROMANO DEL SEICENTO
Il mecenatismo dei Giustiniani a Genova di Mariolina Manca
Per le dimore e il collezionismo dei Giustiniani a Genova Tra il cardinale Vincenzo Giustiniani olim Banca (1519-1582) e il mercante Luca Giustiniani olim Longo (1513-1583) di Andrea Leonardi - Studia Ligustica 2 Biblioteca Franzoniana 2012 (ISBN 978-88-98246-01-4)
Tutta l'opera del Caravaggio: una mostra impossibile
Il progetto Giove sulla Collezione Giustiniani di Silvia Danesi Squarzina

Il trittico di Dresda di Jan Van Eych... uno stemma Giustiniani nascosto di Noëlle L. W. Streeton
Il libro mastro di Bruges, datato 1438, offre informazioni sulle attività finanziarie della famiglia Giustiniani di Genova e nomina Raffaello Giustiniani come membro della famiglia con sede a Bruges. Questo articolo esplora il contesto di questa nuova prova, che offre una nuova prospettiva sulla potenziale connessione tra questa famiglia genovese e il laboratorio di Bruges di Jan van Eyck.
La Vergine col Bambino con i santi Caterina e Michele è l'unico trittico sopravvissuto identificato con Jan van Eyck (ca. 1390–1441). La pala misura 33 x 27,5 x 5 cm. La cornice centrale reca la firma del pittore, il suo stemma, ALC IXH XAN ("così come posso"), e l'anno di completamento, 1437. Le cornici delle ali sono contraddistinte da due stemmi, uno dei quali è associato con la famiglia Giustiniani di Genova. Dalla metà dell'Ottocento gli studiosi tedeschi hanno costantemente cercato di chiarire il rapporto tra gli stemmi e l'immagine del donatore nel pannello di sinistra, il ritratto in un elegante "houppelande" con cappuccio rosso, inginocchiato direttamente davanti all'Arcangelo Michele. Ad oggi, i ricercatori continuano a ricercare prove che possano collegare la commissione con le attività mercantili dei Giustiniani. Lo studioso Ludwig Kaemmerer fu il primo ad affermare, alla fine del diciannovesimo secolo, che il donatore era "un tal Michele Giustiniani, figlio di Marco, [che] visse dal 1400" identificato nel personaggio rappresento in abiti alla moda fiamminga (come gli Arnolfini) con il cappello rosso. La recente trascrizione di un libro mastro di Bruges per la banca milanese di Filippo Borromei ha offerto nuove promettenti informazioni. Il libro datato 1438 registra una serie di transazioni che si riferiscono direttamente alla famiglia Giustiniani di Genova ed in particolare di un suo membro: una voce del 25 agosto 1438 si riferisce direttamente a Raffaello Giustiniani “di Bruges. 
E' un tema comunque da approfondire in quanto "Raffaello" non è un nome che ricorre tra i Giustiniani di del XV secolo, piuttosto abbiamo diversi "Raffaele" impegnati in traffici internazionali. Un decreto del governo genovese datato all’11 maggio 1517 testimonia l’impegnoi di Nicolò e Urbano Giustiniani che esponevano al governatore Ottaviano de Campofregoso e al Consiglio degli Anziani come Benedetto Giustiniani, fratello di Urbano, avesse inviato da Chio a Battista Grillo e Costantino Cicala, mercanti genovesi operati in Bruges, due partite di denaro, una di 507 ducati e un quarto di altro ducato d’oro da grossi 75 per ducato, l’altra di 25 ducati d’oro dello stesso peso e come ora non si trovassero più nella città fiamminga né i detti Grillo e Cicala, né loro rappresentanti, che potessero riconsegnare i capitali a Urbano, incaricato della riscossione dal fratello. Ottenevano quindi che le somme fossero consegnate agli egregi Bartolomeo Da Passano e Baliano De Fornari, mercanti genovesi residenti e negozianti a Bruges, i quali le avrebbero poi inviate a Genova all’Ufficio dei Banchi, che le avrebbe poi consegnate agli aventi diritto.

Il cannone Giustiniani grazie al contributo di Renato G. Ridella
Christina Strunck: L‘“humor peccante” di Vincenzo Giustiniani L’innovativa presentazione dell’Antico nelle due gallerie di Palazzo Giustiniani a Roma (1630-1830 circa)
Il mitra di Kriton e la copia della Collezione Giustiniani a cura di Claudia Valeri (presente nel giardino di Palazzo Giustiniani a Bassano Romano).
"CARAVAGGIO IN PRUSSIA" questo il titolo della mostra a Berlino svolta nel giugno-settembre 2001 che a Roma si chiamava "Caravaggio e i Giustiniani"
Vanta questa Casa di havere quaranta quadri grandi per Altari. Sulla collezione Giustiniani  di Stefano Pierguidi, sulle pale d'altare della Collezione Giustiniani in "Studi Romani" Anno LIX - NN. 1-4 Gennaio-Dicembre 2011
Tra le pitture pregiatissime vanta questa Casa di havere quaranta quadri grandi per Altari, ove sia la Vergine Santissima, ed altri Santi tutti originali di pittori primarii (P. de’ Sebastiani, Viaggio curioso de’ Palazzi e Ville più notabili di Roma, Roma 1683, p. 32)
Cortine e tavolini articolo di Serenella Rolfi sull'inventario della Collezione Giustiniani del 1638 e le collezioni seicentesche
Per le dimore e il collezionismo dei Giustiniani a Genova. Tra il cardinale Vincenzo Giustiniani olim Banca (1519-1582) e il mercante Luca Giustiniani olim Longo (1513-1583) di Andrea Leonardi. (storia Ligustica - Biblioteca Franzoniana 2012) Questo studio s’inserisce in un più ampio disegno volto alla valutazione dei connotati residenziali e dell’abitare genovese. Vivere da collezionisti a Genova tra Sei e Settecento.


LA GALLERIA GIUSTINIANA

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la tua fotoNel 1631 circa Vincenzo Giustiniani decise di far riprodurre i pezzi più prestigiosi della sua collezione archeologica (statue, busti, sarcofagi, are, ecc…) in una serie di tavole incise a bulino, vero e proprio catalogo illustrato, primo nel suo genere nella storia del collezionismo, che intitolò la Galleria Giustiniana. Le incisioni sono riunite in due tomi e distinte per soggetto e tipologia di scultura. Il primo tomo contiene statue di divinità, eroi e viri illustres; il secondo busti o ritratti, teste ideali, erme di filosofi e divinità, rilievi, sarcofagi e are. Le incisioni comprendono anche alcuni ritratti dei membri della famiglia, una serie di vedute delle proprietà Giustiniani e otto riproduzioni di dipinti con soggetto di Madonne. Allo scopo, incaricò una fitta schiera di disegnatori e incisori fra i più esperti del momento, attivi a Roma ma anche fatti venire appositamente dall’estero, come Giovanni Lanfranco, Giovan Francesco Romanelli, il tedesco Joachim Sandrart, il francese Claude Mellan, il fiammingo Cornelis Bloemaert, alcuni dei quali risedettero durante l’impresa nel palazzo Giustiniani, creandovi una sorta di Accademia di grafica.
La "Galleria" è una sorta di catalogo le cui incisioni vengono rappresentate senza alcuna didascalia, proprio perché Vincenzo Giustiniani sotto intendeva il confronto con un pubblico “di pari”, di artisti e esperti che conoscessero bene di cosa si stesse parlando. Il marchese Giustiniani nel suo testamento dispose che  i «rami» (matrici di rame), 320 in tutto, fossero trasferiti a Genova per consentire, attraverso la loro ristampa e la pubblicazione di preziosi volumi di storia dell'arte, di sostenere economicamente i membri della famiglia in difficoltà. I rami giunsero a Genova in data imprecisata, fra il 1638 e il 1678, ma la nuova impressione vide la luce solo nel 1757 a cura di Carlo Losi e probabilmente non fu seguita da altre edizioni. I «rami» successivamente sembravano quasi dispersi, fino al loro ritrovamento nel 1987 di 286 matrici (le altre purtroppo sono andate disperse) dalla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Liguria tra le carte dell’archivio della famiglia Giustiniani a Genova. Dopo un lungo restauro a cura dell’Istituto Nazionale per la Grafica a Roma,nel 2010 sono tornate a Genova affidate a titolo di deposito all’Accademia Ligustica, in una calcoteca appositamente realizzata.
LA GALLERIA GIUSTINIANA - PROGETTO DIGITALIZZAZIONE “SUPERBA ANTIQUA” a cura della Biblioteca Universitaria di Genova. In questo link la riproduzione con delle didascalie esplicative della Galleria Giustiniana di un esemplare acquisito dalla Biblioteca Universitaria di Genova in sostituzione della copia già posseduta e segnata nel Catalogo del 1785-1787 (Bibliothecae Universitatis Genuensis Catalogus secundum Auctorum cognomina ordine alphabetico dispositus - 1785-1787 ), successivamente scomparsa nel corso del XIX secolo.
"I GIUSTINIANI E L'ANTICO" Nell’ottobre del 2001 a Palazzo Poli di Roma la mostra della collezione classica del Marchese Vincenzo Giustiniani

La Galleria Giustiniani I due volumi disponibili in download sul sito della Biblioteca Nazionale Francese Gallica

IL CRISTO GIUSTINIANI

Nel 1514 l’allora trentanovenne Michelangelo, già assoluto ed indiscusso protagonista del Rinascimento Italiano, si impegna con gruppo di gentiluomini Romani, tra cui Metello Vari, a consegnare: “una fighura di marmo d’un Christo, grande quanto el naturale, ingnudo, ritto, chor una chroce in braccio, in quell’attitudine che parrà al detto Michelagniolo,”. Un lavoro che si rivelò alquanto tormentato che vide la creazione non di una ma di due statue. La più nota, esposta a sinistra dell’Altare Maggiore della Chiesa romana di S. Maria sopra Minerva, è in realtà una “seconda versione” di una prima creduta ormai perduta, abbandonata dal maestro che mentre la scolpiva si accorse di una vena nera nel marmo proprio all’altezza del volto: “... reuscendo nel viso un pelo nero hover linea…".
Grazie ad un attento lavoro documentale della Professoressa Silvia Danesi Squarzina, la prima versione del Cristo Portacroce Michelangiolesco fu “ritrovata” nella sacrestia della Chiesa di S. Vincenzo Martire a Bassano Romano solo nel 1999. L’opera incompiuta era stata acquistata, dagli eredi di Metello Vari agli inizi del XVII secolo, da Vincenzo Giustiniani, grande collezionista e mecenate di grandi artisti tra cui Caravaggio. Il Cristo alto poco più di due metri, ha la forma di un uomo nudo, maturo, nel pieno del vigore fisico che tiene nella destra la Croce e nella sinistra il suo sudario.
Possiamo Immaginare lo stupore e lo sconcerto di Michelangelo nel trovare quella vena nera sulla guancia sinistra che avrebbe inficiato irrimediabilmente la perfezione del volto del Cristo, dopo aver sicuramente già impostato la figura nelle sue proporzioni e contorni, tanto è che tutte le fonti parlano di un “Cristo nudo con la croce”.
La statua incompiuta verrà poi regalata dal maestro allo stesso Metello Vari che la pone in grande evidenza nel suo “orticello” di Via del Gesù, vicinissimo alla Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, dove è collocata la “seconda versione”: “Questa sarà per onor mio, havendola, che la terrò como si fusse de oro”.
Dell'opera si perde ogni traccia documentaria fino al 1607, quando alcune lettere inviate da Roma da Francesco Buonarroti a Michelangelo il Giovane ne segnalano la presenza sul mercato dell'arte ("... il Signor Passignano [...] vuole ch'io vadia a vedere una borza di marmo di mano di Michelangelo del Cristo della Minerva dello stesso, ma in diversa positura, et a lui gli piace, e crede che il prezzo sarà poco più che la valuta dello stesso marmo, la figura come sapete è grande al naturale...").
Un Cristo che non passa certamente inosservato, tanto è che quando agli inizi del seicento viene messo in vendita, Vincenzo Giustiniani lo “soffia” al cardinale Maffeo Barberini, futuro Urbano VIII, al prezzo di trecento scudi. Un artista di fiducia del marchese ne completa l’opera, coprendone anche le nudità con un perizoma bronzeo poi integrato con un drappo rosso.
L'opera viene descritta come "una borza di marmo" e paragonata, per il suo stato di incompiutezza, ai Prigioni ed al S. Matteo di Firenze. Di fronte al prezzo elevato richiesto dall'ignoto venditore (300 scudi), Francesco Buonarroti rinuncia all'acquisto dopo essersi consigliato con Ludovico Cigoli e con il Passignano.
Le lettere del 1607 assumono nel contesto della presente attribuzione un'importanza essenziale poiché, oltre ad informarci della possibilità di acquistare il marmo michelangiolesco in questi anni, aggiungono due notizie cruciali per la sua identificazione: il fatto che la prima versione presentasse una "diversa positura" rispetto al Cristo oggi visibile nella Chiesa della Minerva, ed il fatto, peraltro già implicito nella descrizione dell'Aldrovandi, che Michelangelo aveva abbandonato il blocco ad uno stato di lavorazione piuttosto avanzato o comunque tale per cui la figura della statua era già ben delineata. A tutto ciò va aggiunto il fatto che negli stessi anni in cui l'opera risulta in vendita i Giustiniani andavano costituendo la loro collezione di statue antiche e moderne e che per il tramite del Passignano, molto legato alla famiglia, avrebbero potuto acquistarla con facilità.
La statua viene citata nell'inventario della statue di palazzo Giustiniani stilato nel 1638, dopo la morte del marchese Vincenzo.
Che il Cristo della Minerva avesse per il marchese di Bassano un significato particolare è dimostrato da un breve passo del suo Discorso sopra la scultura, nel quale Vincenzo Giustiniani paragona l'opera di Michelangelo al cosiddetto “Adone dei Pichini”, oggi nei Musei Vaticani, che: “pare che spiri, e pur è di marmo come le altre, è particolarmente il Cristo di Michelangelo che tiene la Croce che si vede nella chiesa della Minerva, ch’è bellissima ma pare statua mera” .
Vincenzo da risalto all’opera ponendola nel suo Palazzo in Via della dogana vecchia “Nella stanza abaso canto alla Porta [grande del palazzo] verso San Luigi [àll'uscir à man dritta, dove sono de bassi rilievi], Un Christo in piedi nudo con panno traverso di metallo moderno, che abbraccia con la dritta un tronco di Croce con corda e Spongia e trè pezzi di Croce in terra alto palmi 9. in circa”.
La statua incompiuta fu fatta completare dallo stesso Vincenzo da uno scultore di sua fiducia (forse uno dei tanti che lavorarono per lui in qualità di restauratori) che ne coperse la nudità ormai divenuta "oltraggiosa" per i canoni del decorum seicentesco. Suggestiva l’idea del Professor Christoph Luitpold Frommel che identificherebbe nel giovane Gian Lorenzo Bernini colui che, a metà del seicento, rifinisce leggermente l’espressione del volto e delle labbra dell’opera per conto del Giustiniani. Per la prima volta nella storia dell’arte, dunque, la stessa opera porterebbe la firma di due geni assoluti di tutti i tempi: Michelangelo e Bernini.
La Statua verrà successivamente (nel 1644) verrà portata nella Chiesa di S. Vincenzo Martire a Bassano Romano da Andrea, figlio adottivo di Vincenzo, in osservanza alle disposizioni lasciate dal marchese.
Come noto, fu lo stesso Vincenzo, "architetto dilettante", a progettare la costruzione della chiesa che ancora oggi si impone visivamente sulla valle sottostante: la statua del Cristo di Michelangelo, originariamente posta sull'altare maggiore del Santuario all'interno di una gigantesca nicchia riprodotta nella Galleria Giustiniana, poteva dominare così l'intero paesaggio. Numerosi sono gli interrogativi che questa scoperta può suscitare, soprattutto rispetto alle implicazioni che essa comporta in termini di storia del collezionismo. Il fatto che negli inventari Giustiniani la statua non venga mai menzionata come opera di Michelangelo non deve affatto sorprendere: non soltanto era prassi che tali inventari, redatti fondamentalmente come documenti fiscali, sottacessero informazioni importanti relative al valore economico dei beni, ma nel caso specifico della collezione Giustiniani le statue vengono semplicemente indicate come "moderne" o "antiche".
La proprietà del Mausoleo passerà dai Giustiniani agli Odescalchi nel 1854, poi nel 1942 all’ordine dei Benedettini Silvestrini quando ormai l’intero complesso già versava in gravissime condizioni di manutenzione. Nel 1979 il Cristo viene trasferito dall’altare maggiore nella sacrestia e celato al pubblico. Nel 1999 viene finalmente “riscoperto”. Nel 2001 il restauratore Rossano Pizzinelli lo ripulisce e toglie quello che resta della vecchia e consumata “fascia d'ormesino rosso con merlettino d'or”. Le pudenda integre del Cristo tolgono l’ultimo dubbio sulla mano Michelangiolesca dell’opera: è veramente il “Cristo nudo con la croce” della collezione Giustiniani. Dopo che la statua fu riportata a Roma nel 2001 a Palazzo Giustiniani in occasione della mostra: “Caravaggio e i Giustiniani - Toccar con mano una collezione del Seicento” curata da Silvia Danesi Squarzina, oggi è ammirabile nella sua collocazione definitiva nella cappella a destra dell’altare maggiore della Chiesa di S. Vincenzo martire a Bassano Romano.
L'iconografia del Cristo Giustiniani, con il braccio sinistro disteso lungo la gamba e il destro piegato a stringere gli strumenti del martirio, si può ben ricollegare all'immagine del cosiddetto "Uomo dei dolori": in segno di mortificazione Cristo abbassa gli occhi e volta il capo a distogliere lo sguardo dalla propria nudità.
Ammirando l’opera Michelangiolesca, il Simulacrum Resurrectionis: il mistero del Cristo sofferente e il Cristo glorioso, non si può non intuire: “qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani. Una vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa negli sguardi con cui gli artisti di ogni tempo hanno ammirato l'opera del loro estro, avvertendovi quasi l'eco di quel mistero della creazione a cui Dio”
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Ricollocazione della statua del redentore di Michelangelo Buonarroti Bassano Romano novembre 2001 a cura di Silvia Danesi Squarzina e Don Cleto Tuderti

Michelangelo alla genovese, il progetto scultoreo di Pablo Cristi Damian consistente nella realizzazione di una scultura in marmo statuario di Carrara con inserimenti di dettagli significativi in ardesia di Lavagna raffigurante un Cristo Porta croce sullo stile di quelli Michelangioleschi della Minerva e di Bassano Romano (nella foto a destra un fotomontaggio con i tre "Cristi": a sinistra il primo michelangiolesco (Chiesa di Santa maria Sopra Minerva a Roma, a destra quello "Giustiniani" nella Chiesa di San Vincenzo Martire a Bassano Romano e al centro il calco di gesso del "terzo Cristo" di Pablo Damian Cristi)
Pablo Damian Cristi come Michelangelo «Ho trovato il mio blocco di marmo» Il Tirreno (13 novembre 2021)
Dalla pietra all'opera d'arte: a Moneglia sarà scolpito il terzo "Cristo Giustiniani" Genova today (4 giugno 2022)
A Moneglia l’artista argentino Pablo Damian Cristi scolpisce il Terzo Cristo Portacroce Giustiniani Liguria today (16 giugno 2022)
SULLE RAFFIGURAZIONI DEL VOLTO DI CRISTO DELLA COLLEZIONE GIUSTINIANI: UN EPISODIO DI DEVOZIONE E RECUPERO PALEOCRISTIANO DI PRIMO SEICENTO Rivista di Storia della Chiesa in Italia, 2011, n. 1, p. 121-133


 "La vena nera - una storia michelangiolesca"
Romanzo storico di Enrico Giustiniani e Gianni Donati (Sagep Editori, Genova, 2021)


Il diario di un prete corso rivoluzionario, vissuto nel XVII secolo, narra le vicende di un “Cristo Portacroce” iniziato da Michelangelo e poi da lui abbandonato per la presenza di una “vena nera” apparsa nel biancore del marmo a livello del volto. La statua fu poi rifinita nel 1620 da un giovane Gian Lorenzo Bernini per conto del marchese Vincenzo Giustiniani. Nel 1644 fu portata nella Chiesa di San Vincenzo a Bassano Romano e lì rimase dimenticata, ignorata perfino dai nazisti in ritirata nel 1944, fino al 1999 quando fu finalmente riattribuita a Michelangelo.
Intorno alla Statua ruoterà una storia d’amore tra una giovane ex prostituta di nome Clelia e Gian Lorenzo Bernini.
Nell’estate del 2016, due giovani: Åsa e Davide, con l’aiuto di un anziano abate, riusciranno a riannodare i fili spezzati che legarono una grande scoperta e una storia d’amore incompiuta che avrà un ultimo atto di… “resurrezione”.

Il libro è stato presentato a Genova il 29 giugno 2021 a Palazzo Ducale nella Sala del Minor Consiglio, in concomitanza della mostra "Michelangelo Divino Artista" dove era presente la statua del Cristo Giustiniani. Oltre gli autori, è intervenuta Serena Bertolucci direttrice del Palazzo Ducale, la violinista Katarzyna Wanisievicz e lo scultore Pablo Damian Cristi. Durante la presentazione sono stati letti alcuni brani del libro da Claudia Pavoletti.

recensione "La vena nera, una storia michelangiolesca" su www.HDE.press




Sono stati presentati a Bassano Romano nella sala dei Cesari di Palazzo Giustiniani, sabato 4 settembre 202,1 i libri "La vena nera, una storia michelangiolesca" ed il "Discorso sopra il Cristo Giustiniani. Oltre gli autori Enrico Giustiniani, Gianni Donati e Nicoletta Giustiniani, sono intervenuti Claudia Pavoletti che ha teatralizzato alcuni bravi dei testi coreografati da alcuni figuranti accompagnata da alcuni interventi musicali. E' intervento anche don Cleto Tuderti già priore del Monastero di San Vincenzo Martire a Bassano Romano dove è conservato il Cristo michelangiolesco. In quell'occasione alla presenza di Girolamo Luca Muniglia Giustiniani e dello scultore Pablo Damian Cristi si è sottoscritto l'accordo per la committenza per il "Terzo Cristo Giustiniani", una nuova statua che con le due michelangiolesche costituirà una "Trinità" scultorea.
"Dietro le quinte" (della presentazione) scoprendo Genova di Marco Cazzullo
Famiglie Giustiniani il gruppo facebook delle "famiglie" Giustiniani, un resoconto dell'evento
Un libro di Gianni Donati racconta un’incompiuta di Michelangelo Città della Spezia del 10 aprile 2022

Il romanzo "La vena vera" di Enrico Giustiniani e Gianni Donati ha vinto il premio speciale Michelangelo Buonarroti nella 6° edizione 2021 del concorso letterario internazionale "Michelangelo Buonarroti" di Serravezza (LU).

 



Discorso sopra il Cristo Giustiniani di Michelangelo Buonarroti
il saggio storico-artistico di Nicoletta Giustiniani sulla prima versione Michelangiolesca del Cristo portacroce di Bassano Romano (Phasar Edizioni - 2021)


Nel 1514 l’allora trentanovenne Michelangelo, già assoluto e indiscusso protagonista del Rinascimento Italiano, si impegna con un gruppo di gentiluomini Romani, tra cui Metello Vari, a consegnare: «una fighura di marmo d’un Christo, grande quanto el naturale, ingnudo, ritto, chor una chroce in braccio, in quell’attitudine che parrà al detto Michelagniolo».

Questo volume, che potremmo definire “quasi” un romanzo storico, traccia le vicende della committenza Michelangiolesca di un “Cristo Portacroce” tra il 1514 ed il 1522. Un lavoro che si rivelò alquanto tormentato che portò alla creazione non di una, ma di due statue. La più nota, esposta a sinistra dell’altare maggiore della chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva, è in realtà una “seconda versione” di una prima, creduta perduta, abbandonata dal Maestro che scolpendo si accorse di una vena nera nel marmo proprio all’altezza del volto: «reuscendo nel viso un pelo nero hover linea…». Una statua di un Cristo alto poco più di due metri, dalla forma di un uomo nudo, maturo, nel pieno del vigore fisico che tiene nella destra la Croce e nella sinistra il suo sudario.
Già dal titolo, dal formato 21x15 non usuale per i “libri d’arte”, e sfogliando le pagine del volume, ci si accorge che il testo sia agile e ben strutturato. Leggendo l’introduzione, si comprende anche perché l’autrice abbia scelto la formula “Discorso”. Un omaggio al marchese Vincenzo Giustiniani vissuto a cavallo del Cinque-Seicento, che acquistò, intorno al 1607 sul mercato antiquariale, la “prima versione” Michelangiolesca e che fece rifinire, molto probabilmente, da Gian Lorenzo Bernini.
Vincenzo Giustiniani è personaggio molto in vista nella Roma di inizio Seicento, banchiere ma soprattutto mecenate e collezionista. Non è un artista, ma un uomo dedito alla cultura, al bello e alla piacevolezza del vivere. Il suo gusto è documentato da i suoi numerosi “Discorsi” dedicati: alla pittura, alla musica, all’architettura, alla scultura, ma anche alla caccia e all’arte di viaggiare, agli usi e costumi di Roma e Napoli e all’arte di servire in tavola. “Discorsi” per capire e far capire. La sua prospettiva è quella dell’intenditore non quella del teorico.
Stilisticamente il saggio, pur essendo rigoroso dal punto di vista scientifico, con i giusti riferimenti e note storiche a piè di pagina, se ne differenzia per la struttura. Il libro è una sorta di racconto intimistico ricco di immagini, probabilmente tratto da vicende che la giovane autrice, appartenente alla stessa famiglia Giustiniani, dimostra di ben conoscere.
Non è un saggio storico-artistico “su Michelangelo”, ma la storia di “una statua di Michelangelo”. La storia di un Cristo risorto, che uscito nudo dal suo sepolcro con in mano i segni del suo martirio, ha il volto sereno, quasi disteso, solcato da una “vena nera” sulla guancia sinistra, come una lacrima di dolore per la sofferenza subita da Dio-uomo, ma con la bocca socchiusa “come se respirasse” , improntata ad un lieve sorriso, quello di un Dio benigno che si rivolge con fiducia e speranza all’umanità redenta.
Il “discorso sul Cristo Giustiniani” è un testo scritto in modo molto attuale, direi “fresco”, non autoreferenziale, non tipicamente accademico. Nei primi capitoli sono descritte le vicende della committenza michelangiolesca, ben documentate dai carteggi tra Michelangelo, i suoi committenti ed altri artisti, oltre che da alcune riflessioni sui fondamentali contributi degli storici dell’arte che più di altri hanno avuto modo di studiare la statua. La seconda parte del testo, è sicuramente più innovativa e moderna, del tutto inusuale per un libro d’arte, in cui l’autrice si sofferma, in chiave quasi giornalistica, sulle mostre che hanno accolto la statua del Cristo Giustiniani di Bassano Romano ed alcune interessanti curiosità che rendono la lettura sicuramente piacevole e soprattutto adatta a tutti i lettori, che sicuramente saranno poi stimolati ad andare a visitare i due capolavori Michelangioleschi ben descritti nel libro.
Gli ultimi capitoli sono dedicati ad un ritratto del marchese Vincenzo e alle vicende storiche del ramo Giustiniani di Roma. Un ultima parte è dedicata ad un “terzo” Cristo portacroce, una nuova committenza della famiglia Giustiniani, a cura dell’artista italo-argentino Pablo Damian Cristi, che ispirato ai due michelangioleschi, sta realizzando a Carrara.
recensione "Discorso sopra il Cristo Giustiniani di Michelangelo Buonarroti" su www.HDE.press
recensione "Discorso sopra il Cristo Giustiniani di Michelangelo Buonarroti" su www.culturelite.com di Giuseppe Massari
Durante l'annuale celebrazione della festa in onore della Madonna delle Grazie dal 30 agosto all'8 settembre 2021, è stato presentato dal giornalista Giuseppe Massari, presso il salone parrocchiale, il libro "Discorso sopra il Cristo Giustiniani di Michelangelo Buonarroti" di Nicoletta Giustiniani. E' intervenuto il parroco Giovanni Bruno e l'artista Gravinese Massimo Loglisci autore di un pregevole modello in scala, in pietra locale, del Santuario della Madonne delle Grazie
Si ripete l'annuale e tradizionale festa in onore della Madonna delle Grazie Gravina Life del 30 agosto 2021. 
Il  saggio "Discorso sul Cristo Giustiniani di Michelangelo Buonarroti" di Nicoletta Giustiniani ha vinto il premio speciale Michelangelo Buonarroti nella 6° edizione 2021 del concorso letterario internazionale "Michelangelo Buonarroti" di Serravezza (LU) ed è stato nella cinquina finalista al premio letterario nazionale "Equilibri" 2021.

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Il 18 settembre 2022 sarà presentata a Genova (Palazzo Ducale, Sala del minor consiglio) la grande tela (olio ed oro su tela cm 200 X cm 400, incorniciato in stile barocco oro per complessivi cm 230 X cm 430), dell'artista contemporaneo Bruno Giustiniani che reinterpreta il tema del "massacro dei Giustiniani a Chios del 1566" commissionato dai Giustiniani a Francesco Solimena. L’iconografia della tela vede i diciotto giovinetti in cammino per la loro nuova meta attesi dal Cristo che abbandona la sua croce per accoglierli nel suo regno. Sono ad osservare il loro arrivo Dante e Giustiniano così come narrato nel sesto capitolo del Paradiso dantesco, accanto a loro ci saranno alcuni tra i personaggi principali delle famiglie genovese e veneziani in un'ideale Pantheon, i veneziani: San Lorenzo Giustiniani e la beata Eufemia ed i genovesi: Giovanni Longo, Leonardo da Chio (arcivescovo di Mitilene) i vescovi Angelo (Ginevra), Agostino (Nebbio), Giulio (Ajaccio), Vincenzo (Gravina di Puglia) ed i cardinali Benedetto e Vincenzo Giustiniani. Il dipinto sarà oggetto di più presentazioni e avrà come destinazione definitiva la Chiesa di Santa Maria di Castello a Genova. Recentemente il maestro Bruno Giustiniani all'arte ha esposto una sua personale dal 9 Dicembre 2021 al 31 Gennaio 2022 a Salerno (a Palazzo Sant’Agostino) dal titolo: “Per aspera ad astra”.

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CONVEGNI INTERNAZIONALI SULLA FAMIGLIA GIUSTINIANI

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DAI GIUSTINIANI ALL'UNIONE EUROPEA UN PERCORSO CONTINUO
Atti del I° convegno internazionale sulle architetturee collezioni artistiche dei Giustiniani

Si è svolto il 17 aprile 2004, a Bassano Romano (Viterbo) in collaborazione con l'Amministrazione Comunale e la Lega lo-Ellenica, il convegno dal tema: "DAI GIUSTINIANI ALL'UNIONE EUROPEA UN PERCORSO CONTINUO". All'evento hanno partecipato i Comuni Italiani di: Mirano (Venezia), Ortona (Chieti), Caprarica (Lecce), Amelia (Terni), Lari (Pisa), il Comune Francese di Bastia, i comuni Greci di Chios ed Homiroupolis. Il convegno è stato patrocinato dal Senato della Repubblica, dal Sovrano Militare Ordine di Malta delegazione Granpriorale Ligure, dalla Regione Lazio e dalla Provincia di Viterbo
Le relazioni hanno analizzato il percorso storico dei Giustiniani, da diverse angolazioni: dall’epopea della marineria genovese nel levante fino al collezionismo seicentesco dei grandi mecenati e alle suggestioni architettoniche della Villa di Bassano. Un lungo viaggio tra storia e cultura per riallacciare, nello spirito Europeista, gli antichi legami tra popoli di diverse culture e società.
Le amministrazioni intervenute, si sono impegnate a predisporre un protocollo d’intesa, per dare seguito a questa iniziativa, anche al fine di realizzare un organismo permanente, tra vari soggetti non solo pubblici, atto a valorizzare eventi futuri per conto dei suoi partner, anche attraverso una Fondazione con una pluralità di soci attivi con la finalità di salvaguardare i beni storico-culturali, per la valorizzazione piena dei siti, palazzi, oggetti, memorie dell'illustre casato. Questo organismo potrà presentare proposte di interventi integrati, cofinanziati dai fondi strutturali europei per gemellaggi tra diverse comunità ed il recupero di siti urbanistici di interesse storico, artistico - culturale, villaggi tradizionali in stato di abbandono e di degrado. Il progetto avviato rimane comunque aperto sia ad associazioni private che ad altri enti pubblici come altri comuni che in ogni momento possono farne parte.

INDICE DEGLI ATTI
1) Lettera di saluto del senatore Marcello Pera, presidente del Senato della Repubblica. 2) Presentazione di Giovanni Della Croce di Dojola, delegato granpriorale per la Liguria Del Sovrano Militare Ordine di Malta. 3) Presentazione di Giuseppe Marchetti, sindaco del Comune di Bassano Romano. 4) Fu Giustiniano l’eponimo fondatore del casato? Introduzione a cura di Enrico Giustiniani. 5) PARASKEVI PAPAKOSTA - Introduzione al convegno in lingua greca moderna 6) GABRIELLA AIRALDI - Genova e il Mediterraneo. 7) STEFANO GRILLO di RICALDONE - I Giustiniani: “cives” e “reges”. Le distinzioni nobiliari del ceto dirigente genovese dall’età comunale ai riconoscimenti della regia Consulta Araldica. 8) ANDREA LERCARI - La vicenda storica dell’albergo Giustiniani: dalla fazione popolare al patriziato sovrano della Repubblica di Genova. 9) SILVIA DANESI SQUARZINA - Il Cristo portacroce di collezione Giustiniani. Prima versione incompiuta di un’opera di Michelangelo. 10) MANUELA TOZZI RAMBALDI - Il Campos di Chios, caratteri e confronti. 11) VALERIA MONTANARI - Orientamento e prassi del restauro a Chios. 12) PARASKEVI PAPACOSTA - Sulle tracce dei Giustiniani nella storia dell’architettura di Chios, Bassano Romano, Gravina in Puglia e Caprarica di Lecce. 13) DIMITRIS PAPALIOS - Il progetto di parco medievale tematico come valorizzazione dei beni architettonici a Chios. 14) RINALDO MARMARA - La formazione della comunità latina a Costantinopoli e le migrazioni da Chios. 15) AGOSTINO BURECA - La Villa di Vincenzo Giustiniani a Bassano Romano: interventi e prospettive per la tutela e la valorizzazione. 16) RITA FABRETTI - I Giustiniani a Bassano: rapporti tra potere centrale e locale (sec. XVII e XVIII). 17) ANGELO CASERTANO - Il Monastero di San Vincenzo: dall’idea di Vincenzo Giustiniani alla donazione Benedettina-Silvestrina. 18) REMO DE MARTINO - Il viaggio di San Tommaso apostolo da Chios a Ortona. 19) ALEXANDRIS EVANGHELOS - Progetto di gemellaggio fra Comunità Mediterranee unite da percorsi storici comuni. 20) EMMANUEL VASTA e JEAN BAPTISTE RAFFALLI - La Villa Giustiniana a Bastia. 21) BARBARA SILVANI - Il palazzo Giustiniani di Amelia. 22) GIAMPAOLO GRASSI - Il modello socio economico di Chios: riscontro nei modelli di organizzazione agricola e d’imprenditoria nella Val d’Era e sulle colline pisane. 23) MARIO ESPOSITO - Ville Venete nel territorio di Mirano. 24) ALESSANDRA ZABBEO - I Giustinian a Mirano e il loro insediamento.

Redazionale con foto sul Convegno a Bassano Romano
Redazionale con foto sulla presentazione degli atti a Roma (1 dicembre 2005 presso la Sala dei Presidenti di Palazzo Giustiniani di Roma, con il patrocinio del Senato della Repubblica, da Enrico Basso, archivista di Stato direttore nella Sovrintendenza Archivistica per la Liguria e Christina Strunck, Assistente scientifico della Biblioteca Hertziana).
Articolo degli atti a Roma sulla "Croce Ottagona" periodico della Delegazione Ligure del SMOM gennaio 2006 n.23 con il discorso del Delegato dell'Ordine Giovanni Della Croce di Dojola
Redazionale con foto sulla presentazione degli atti a Genova  (Venerdì 7 aprile 2006, presso il Complesso Monumentale si Sant’Ignazio presso l’Archivio di Stato.  Patrocinatore dell’evento oltre il Senato della Repubblica, il Sovrano Militare Ordine di Malta Delegazione Granpriorale Ligure.
Gli atti sono stati presentati da Giovanni Assereto, ordinario di storia moderna dell’Università di Genova e da Christina Strunck, assistente scientifico della Biblioteca Hertziana di Roma. Alfonso Assini, funzionario dell’Archivio Genovese, è intervenuto sul lascito fedecommissorio di Vincenzo Giustiniani, la cui contabilità e molti degli atti notarili rogati per conto di questa famiglia sono conservati nell’Archivio stesso. Durante la manifestazione, sono stati esposti, a cura dello stesso Assini, Ignazio Galella e Roberto Santamaria, alcuni dei più significativi documenti dell'Archivio Giustiniani, in rapporto soprattutto alle loro committenze artistiche, disegni, stampe e incisioni dalle collezioni del marchese Giustiniani, monete e oggetti legati alle funzioni dogali e di rappresentanza svolta da alcuni membri della famiglia., provenienti anche da alcune preziose collezioni private.
Articolo degli atti a Genova sulla "Croce Ottagona" periodico della Delegazione Ligure del SMOM aprile 2006 n.26
Intervento del delegato alla cultura di Bassano Romano alla presentazione degli atti a Genova

Il codice ICCU del libro nel database delle Biblioteche Italiane è IT\ICCU\IEI\0241428

Gli Atti sono acquistabili presso la tipografia: Tipografia Pioda Viale Borelli, 15 Tel: 06 44701500 Fax: 06 4451 862 - info@pioda.it


presentazione a Palazzo Giustiniani sede del Senato a Roma


presentazione all'Archivio di Stato di Genova

ANTICHI LEGAMI E NUOVI PERCORSI NELLO SPIRITO EUROPEO
Atti del II° convegno internazionale sulle architetturee collezioni artistiche dei Giustiniani


nell'ambito del progetto europeo di gemellaggio tra Bassano Romano, Aghios Minàs e Kampohòra di Chios

Nell'ambito del gemellaggio tra il Comune di Bassano Romano, nella Tuscia Viterbese, e quelli dei Comuni di Aghios Minàs e Kampohòra dell’isola Greca di Chios dal 6 al 10 settembre 2006 si è svolto il secondo convegno internazionale di studi storico-scientifici, presentato in italiano e in greco, svolto nella suggestiva Sala dei Cesari del Palazzo Giustiniani. I relatori, rappresentanti della Pubblica Amministrazione e studiosi, hanno ripercorso gli antichi legami che uniscono le comunità Italo-Greche intervenute. Nelle prime pagine del presente volume d’Atti, vengono presentati brevemente i tre Comuni e immagini dagli archivi dei relatori, nonchè i saluti dei Sindaci e dei membri della Pubblica Amministrazione. Segue un breve intervento del Presidente del Comitato Organizzatore Enrico Giustiniani, sul progetto di partenariato Europeo della “Rete Giustiniani” e la cittadinanza Europea attiva. La sezione di carattere scientifico del convegno apre con il testo di Cecilia Mazzetti di Pietralata, storico dell’arte, relativo all’opera dei fratelli mecenati Vincenzo e Benedetto Giustiniani, nati a Chios nella metà del XVI secolo, i cui palazzi a Roma e a Bassano, furono dei veri e propri luoghi d’arte - “Accademie” - dove oltre ad ammirare la splendida collezione di statue e dipinti, gli artisti cercavano atmosfere e spunti per la loro ispirazione; un crocevia di incontri artistici nel seicento, dal Nord Europa al Mediterraneo, un patrimonio culturale di enorme valore, lasciato in eredità ai posteri. Segue lo studio analitico di Paraskevi Papacosta dedicato alle architetture dei Giustiniani di Chios a Bassano Romano. La relatrice enfatizza il valore urbanistico del complesso territoriale ed alcuni caratteri peculiari comuni che ricollegano Bassano a Chios. Attraverso questa nuova lettura panoramica dell’insieme, basata sull’analisi diretta e su ricostruzioni storiche, contribuisce al processo di conservazione e valorizzazione del sito storico.
Le ricerche d’archivio delle famiglie Anguillara di Ceri e Giustiniani di Negro a Roma e a Viterbo hanno contribuito allo svolgimento dell’analisi, dedicata al giardino di Vincenzo Giustiniani, dell’architetto della Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il paesaggio del Lazio, Agostino Bureca responsabile del programma di conservazione della villa Giustiniani-Odescalchi a Bassano Romano. Don Cleto Tuderti, già Priore del Monastero di San Vincenzo, ha sviluppato il tema del “Mausoleo” voluto dal Marchese Vincenzo per la sua famiglia, evidenziando altri aspetti, correlati alla religiosità e spiritualità dei Giustiniani, non meno eloquenti ed attuali, che mettono in luce singolare la poliedrica figura di Vincenzo Giustiniani. Rinaldo Marmara si sofferma sull’importanza dei registri parrocchiali di Chios presenti a Tinos e su quelli di Costantinopoli, ricchi di testimonianze ed appunti, di cui alcuni sono del tutto ancora sconosciuti agli studiosi e altri necessitano di essere ricatalogati e soprattutto preservati dall’incuria del tempo. Al suo intervento ha seguito quello di Manolis Vournous della Chiesa degli Aghii Sarànda a Thimianà. L’architetto offre una lettura aggiornata compiuta sui ruderi della chiesa e su precedenti studi personali. È interessante il fatto che dopo secoli di storia, si rispecchiano ancora le influenze genovesi nell’architettura chiota. Dimitris Kokkinakis attraverso la sua antologia critica introduce all’arte medica e farmaceutica di Chios nel periodo genovese dell’isola. Sintetizza il sistema sanitario chiota del passato, ricorrendo a parallelismi con le istituzioni adottate dalle repubbliche marinare nella penisola italica. L’argomento sulle farmacie portatili e sull’arte degli speziali apre nuovi orizzonti negli studi chioto-bassanesi. Alice Gànou, con un intervento semantico, ha evidenziato come esistano ancora, nel dialetto Chiota, termini vernacolari di derivazione Genovese e Italiana. Questi “cromatismi” locali potrebbero ricollegarsi alle manifestazioni “periferiche” della matrice latina nell’Egeo e più in generale nel Mediterraneo. Chiudonodue nuovi contributi di sintesi e di approfondimento scritti dai curatori (Enrico Giustiniani e Paraskevi Papakosta) di approfondimento di alcuni dei temi affrontati dai relatori che parteciparono al primo convegno internazionale Dai Giustiniani all’Unione Europea svolto a Bassano Romano nell’aprile 2004 che tematicamente aveva introdotto la proposta di gemellaggio.

INDICE DEGLI ATTI
FRANCESCO BROGLIA - Presentazione Atti; ENRICO GIUSTINIANI E PARASKEVI PAPACOSTA - Introduzione al convegno internazionale nell’ambito del progetto di gemellaggio tra i Comuni di Bassano Romano, Aghios Minàs e Kampohòra di Chios; Presentazione dei Comuni del gemellaggio-Saluti ; Messaggio di Benvenuto ai cittadini di Aghios Minàs e Kampohòra; Saluto del Sindaco di Bassano Romano Luigi De Luca; Saluto dell’Assessore alla cultura di Bassano Romano Vittorio Ronconi; Presentazione del Comune di Bassano Romano; Saluto del Sindaco di Aghios Minàs Ionnis Pantelàras; Breve presentazione dell’isola di Chios; Presentazione del Comune di Aghios Minàs; Saluto del Vice-Sindaco di Kampohora Charilaos Koutsouràdis; Presentazione del Comune di Kampohora; Presentazione progetto “Rete fra città gemellate”; ENRICO GIUSTINIANI Il progetto di parternariato e di gemellaggio fra comunità Europee unite da percorsi storici comuni. La cittadinanza Europea attiva; Relazioni di contenuto scientifico sulla storia e la cultura di Bassano Romano e Chios ; CECILIA MAZZETTI DI PIETRALATA - Dal nord Europa al Mediterraneo: i palazzi Giustiniani di Roma e Bassano nel seicento, crocevia di incontri artistici; PARASKEVI PAPACOSTA - Architetture dei Giustiniani di Chios a Bassano Romano:storia e caratteri; AGOSTINO BURECA - Aspirazioni antiquarie e suggestioni europee nel giardino storico del palazzo Giustiniani a Bassano Romano; CLETO TUDERTI - Il mausoleo di S.Vincenzo Martire in Bassano Romano. Contributo per un gemellaggio; RINALDO MARMARA - La storia non è mai completa …. e neppure quella dei Giustiniani; MANOLIS VOURNOUS - La chiesa degli Aghii Sarànda a Thymianà di Chios; DIMITRIS KOKKINAKIS - Breve introduzione all’Ars medica e farmaceutica nella colonia genovese di Chio. Dai primi ospedali al cofanetto dei medicinali di Vincenzo Giustiniani; ALICE GANOU - L' influenza della lingua italiana sul linguaggio Chiotico; Termini vernacolari di origine italiana o genovese presenti nel dialetto Chiota; Firma del “Patto di amicizia e fratellanza”; Retrospettiva e approfondimento sui temi del 1° convegno internazionale di Bassano Romano; ENRICO GIUSTINIANI - Sintesi del convegno di Bassano Romano del 17 aprile 2004: Dai Giustiniani all’Unione Europea: un percorso continuo; PARASKEVI PAPACOSTA - Un percorso nelle antiche Terre dei Giustiniani: retrospettiva e approfondimento sui temi architettonici del primo convegno di studi a Bassano Romano; Ringraziamenti.

Gli atti sono stati presentati il 12 maggio 2007 a Bassano Romano dal Prof. Francesco Broglia e dall’Arch. Michele Campisi con il patrocinio della Sovrintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio del Lazio (Redazionale presentazione di Bassano Romano a cura di Domenico Vittorini - Gazzetta Bassanese n. 124 giugno 2007). A  Roma il 28 novembre 2008 nella sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva Senato della Repubblica. La Sala, costruita per volontà di Vincenzo Giustiniani, generale dei Domenicani, nel XVII secolo, ancora conserva sul soffitto gli stemmi della famiglia Giustiniani.
Sono intervenuti Silvia Danesi Squarzina, ordinario di Storia dell’Arte Moderna dell’Università di Roma Sapienza e Alessandro S. Curuni, ordinario di Restauro dell’Università di Roma Sapienza. Ha introdotto i lavori Francesco Broglia, Docente di Rilievo dell’Architettura dell’Università di Roma Sapienza. Al termine della presentazione è stato proiettato un documentario sui Giustiniani, creato e montato dall'architetto Papacosta.
Redazionale con foto sulla presentazione del secondo libro degli atti a Roma il 28 novembre 2008
Lo spirito Europeo dei Giustiniani
recensione sul volume d'atti del II° convegno internazionale sulle architetture collezioni artistiche dei Giustiniani - Giornale dell'arte gennaio 2009 a cura di Federico Castelli Gattinara

Il codice ICCU del libro nel database delle Biblioteche Italiane è IT\ICCU\IEI\0284266,

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LA FAMIGLIA GIUSTINIANI IN LUNIGIANA

Si è svolto il 21 ottobre 2006 un interessante giornata di studi sulla presenza dei Giustiniani nella Lunigiana. Le relazioni hanno esaminato uno dei molteplici aspetti della storia della grande famiglia albergo genovese, un aspetto che può forse inquadrarsi in un più ampio fenomeno che interessò il ceto dirigente della Repubblica: l’insediamento dall’antica Dominante alla periferia nel corso del XVIII secolo. In particolare, infatti, un ramo dei Giustiniani Recanelli, si stabilì in Lunigiana, dove acquistò i resti di un antico monastero restaurandoli ed edificando l’attuale castello, con annessa cappella, di Ceparana (Comune di Bolano) e acquisendo poi, per via ereditaria, anche il castello di Vezzano Ligure, ancora proprietà della famiglia. 
Sabato 30 maggio 2009 è stato presentato il numero del "Giornale Storico della Lunigiana", dedicato alla Famiglia Giustiniani, del ramo olim Recanelli. Il volume, di oltre 650 pagine, ha avuto il sostegno di diversi enti e soprattutto del Comune e dell'Assessorato alla Cultura di Bolano, raccoglie interessanti e storiograficamente importanti contributi di storia, araldica, storia del paesaggio antropizzato, e disegna magistralmente la vita di Bolano, Ceparana, Vezzano e Spezia fra Settecento e Ottocento, attraverso le vicende di questa illustre Famiglia genovese, per la quale gli Autori ci hanno dato moltissime notizie derivate da un'ampia esplorazione archivistica, che ha potuto contare anche sulla grande disponibilità dei discendenti, in particolare per l'inquadramento delle contestuali dimore signorili. E' stato curato con grande passione da Andrea Lercari e Luciana Ferrari ed ha ricevuto una lettera gratulatoria del Presidente del Senato, on. Schifani. Di notevole interesse anche i saggi della sezione Rubriche e le segnalazioni bibliografiche.
Francesco Giustiniani, discendente della grande famiglia genovese che aveva tenuto la signoria dell’isola greca di Chio, nel 1717 acquista le terre e quanto restava dell’antica abbazia di San Venanzio a Ceparana, allora nella podesteria di Bolano. Ha così inizio un’avventura imprenditoriale e umana che, nel contesto storico del declino della Repubblica di Genova, vede i membri della famiglia affermarsi nel panorama sociale ed economico lunigianese, non senza contrasti con la Comunità locale. In Ceparana i Giustiniani costruiscono il proprio palazzo, chiamato “il castello”, sui resti dell’antica chiesa di San Venanzio, e per circa un secolo si scontrano con la Comunità sia per questioni fiscali, sia per l’attività produttive quali i frantoi, importantissimi per l’economia locale. La compiuta integrazione della famiglia è ben rappresentata dal matrimonio (1800) fra la giovane Silvia Giustiniani e un membro di una delle più cospicue del luogo, Luigi Grossi, come pure dalla carica di sindaco di Bolano rivestita per molti anni (1835-1843) dal marchese Stefano Giustiniani. A seguito del matrimonio celebrato nel 1832 fra il marchese Pietro Giustiniani e la contessa Teresa Picedi, poi, la famiglia eredita anche il sontuoso castello-palazzo di Vezzano Ligure, da sempre fulcro del potere e del prestigio di quest’area, che ha visto succedersi prima i signori di Vezzano e poi le famiglie Ottaviani, De Nobili, Malaspina, Picedi e, infine, Giustiniani. Il volume, che raccoglie gli atti della giornata di Studio svoltasi il 21 ottobre 2006 a Ceparana (Comune di Bolano) e a Vezzano Ligure, è curato da Luciana Ferrari e Andrea Lercari, e comprende le relazioni di archivisti, storici e architetti, che illustrano con un approccio interdisciplinare una singolare vicenda familiare tra XVIII e XIX secolo.
I Giustiniani rappresentano l’unico caso documentato di una famiglia del grande patriziato genovese che abbia scelto di trasferire la propria residenza e i propri interessi in “periferia”, in un’area agricola di confine, avviando un’avventura imprenditoriale di rilievo.
 

INDICE DEGLI ATTI
Istituto Internazionale di Studi Liguri Sezione Lunense La Spezia GIORNALE STORICO DELLA LUNIGIANA E DEL TERRITORIO LUCENSE NUOVA SERIE - ANNI LVII-LVIII gennaio 2006 - dicembre 2007 I Giustiniani in Lunigiana. Tra La Spezia, Ceparana e Vezzano, una famiglia genovese e le sue dimore. Atti della Giornata di Studio Ceparana, Cappella Giustiniani; Vezzano Ligure - Sala Consigliare 21 ottobre 2006 a cura di Luciana Ferrari e Andrea Lercari Sommario RENATO SCHIFANI (Presidente del Senato della Repubblica) MARINO FIASELLA (Presidente della Provincia della Spezia) GIAN GIACOMO CHIAVARI (Delegato granpriorale di Genova e Liguria del Sovrano Militare Ordine di Malta) FRANCO RICCIARDI GIANNONI (Sindaco di Bolano) e SANDRA VOLORIO (Assessore alla Cultura del Comune di Bolano) PAOLA GIANNARELLI (Sindaco di Vezzano Ligure) I GIUSTINIANI IN LUNIGIANA LUCIANA FERRARI, ANDREA LERCARI, Premessa agli atti della giornata di studio TRA MEDITERRANEO E REPUBBLICA DI GENOVA ENRICO GIUSTINIANI (Presidente del Comitato gemellaggi del Comune diBassano Romano), Il progetto di parternariato tra Comunità europeeunite da percorsi storici comuni. La Rete Giustiniani. PARASKEVI PAPACOSTA (Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”), Le “torri” di Chios, antica terra dei Giustiniani. GIOVANNI ASSERETO (Università degli Studi di Genova), Genova e il governo del territorio in età moderna. IN LUNIGIANA ANDREA LERCARI (Commissione Culturale della Delegazione Ligure del Sovrano Militare Ordine di Malta, Istituto Internazionale di Studi Liguri - Sezione Ingauna), I Giustiniani da Genova a Ceparana. Una singolare storia familiare nella società genovese del Settecento Appendice documentale LUCIANA FERRARI, ANDREA LERCARI, Tra investimenti e conflitti: l’inserimento dei Giustiniani a Ceparana. Appendici documentali LUCIANA FERRARI (Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”),Giacomo Giustiniani governatore della Spezia (1794-1796) BARBARA BERNABÒ (Commissione Culturale della Delegazione Ligure del Sovrano Militare Ordine di Malta), Il castello di Vezzano, fulcro del potere locale, dai suoi signori ai Giustiniani. Appendici BARBARA BERNABÒ, ANDREA LERCARI, I Giustiniani a Ceparana e a Vezzano nel XIX secolo. Appendice documentale NOBILTÀ E DIMORE STEFANO GRILLO DI RICALDONE (Commissione Culturale della Delegazione Ligure del Sovrano Militare Ordine di Malta), Appunti di araldica giustinianea. ROBERTO GHELFI (Istituto Internazionale di Studi Liguri - Sezione Lunense), Le dimore dei Giustiniani a Ceparana e a Vezzano Ligure ANDREA LERCARI, Albero genealogico dei Giustiniani olim Recanelli di Ceparana e di Vezzano Ligure Tavole RUBRICHE - NOTIZIE ARTISTICHE ROBERTO BARATTINI, Un crocifisso di Bernini a Massa RECENSIONI

Il codice ICCU del libro nel database delle Biblioteche Italiane è IT\ICCU\RML\0185300

Gli Atti di questo convegno inseriti nel “Giornale storico dell'Accademia Lunigianese” sono acquistabili anche online tramite EDIZIONI GIACCHE' via Zagora, 3 - La Spezia 19122 - Italia tel 0187 23212 - fax 0187 750238. redazione@edizionigiacche.com

Il Libro è stato presentato a Bolano a Vezzano Ligure e alla Spezia nell'ambito della manifestazione "Libriamoci" e il 28 gennaio 2010 presso l' Archivio di Stato di Genova, in via di Santa Chiara 28r con il commento del Professor Carlo Bitossi, Docente di Storia Moderna, Università degli Studi di Ferrara, Giorgio Rossini, Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria, ed il coordinamento scientifico di Alfonso Assini, Archivio di Stato di Genova


presentazione all'Archivio di Stato di Genova

 recensione giornalearte


DOCUMENTARIO SUI GIUSTINIANI
Grazie all'iniziativa dell'Assessore al patrimonio della municipalità Francese di Bastia, è recentemente uscito (gennaio 2008), prodotto da Vision Internationale e da France 3 per la regia di Andrè Waksman il documentario "Les Giustiniani une saga méditerranéenne". Il documentario di circa un ora, che ha richiesto quasi due anni di lavori; l'opera, in francese (con alcuni brani in Italiano sottotitolati) traccia il lungo percorso antropologico e storico della famiglia Giustiniani, toccando le località dove più si è sentita la presenza di questa famiglia: Genova, il levante ligure, Chios, Roma, Palermo, la Corsica e Bassano Romano.
Il film, apparso sulla trasmissione "Orizzonti" su France3-Corse il 10 maggio 2008
Il film è stato rielaborato, integrato e riadattato da Paraskevi Papakosta in un nuovo
documentario sui Giustiniani
.

IL PROGETTO DELLA RETE GIUSTINIANI
Un filo rosso unisce alcuni piccoli comuni Italiani ed Europei, la presenza nel corso dei secoli della Famiglia Genovese dei Giustiniani, importanti tracce architettoniche ed antropologiche da valorizzare e da collegare nel tempo e nello spazio, percorsi turistici comuni per uno scambio di idee e confronti per riallacciare gli antichi legami in uno spirito Europeista. Intervento di ENRICO GIUSTINIANI sulla Rete Giustiniani


BASSANO ROMANO "L'ANTICO FEUDO DEI GIUSTINIANI"
Bassano Romano
Bassano Romano nel 1600

Bassano Romano è un comune del Lazio in provincia di Viterbo, distante circa 60 km. da Roma. Il feudo fu acquistato dai Giustiniani dagli Anguillara nel 1595. Nel 1605 divenne per mano di Papa Innocenzo X, il Marchesato Giustiniani e Principato dal 1644 al 1854, data in cui viene acquistato dalla famiglia Odescalchi (documento dove è riportata la data dell’atto di vendita) che lo cede nel 2001 alla Sovraindendenza delle Belle Arti dello Stato Italiano.
Il Palazzo domina il paese di Bassano, il piano interrato e il piano terra del palazzo presentano una planimetria a C aperta con vista sui giardini all'italiana, secondo i canoni architettonici del '500.Da un'analisi delle cornici, marcapiani, aperture, impostazione planimetrica, la progettazione si può attribuire alla scuola dei Sangallo. Il portale di ingresso a "bugnato" è simile al portale del palazzo Farnese a Roma progettato da Antonio da Sangallo. Nel 1595 il palazzo diviene proprietà della famiglia Giustiniani. Vincenzo Giustiniani, grande mecenate e collezionista d'arte, inizia i lavori di trasformazione e completamento del complesso architettonico, aggiungendo alle strutture preesistenti il piano nobile collegandolo con i giardini all'italiana tramite un ponte levatoio e attuando l'ampliamento dei giardini con un casino di caccia e un parco ricco di fontane, viali e giochi d'acqua, oggi purtroppo in cattive condizioni. Il cortile è affrescato con scene di trionfi e allegorie da Antonio Tempesta nel 1604. Dal cortile per mezzo di una scalinata si accede al loggiato affrescato con grottesche della scuola degli Zuccari. Nelle nicchie erano collocate statue antiche, e in quella della più grande della parete di fondo troneggia la statua di un imperatore romano. Dal loggiato si accede al piano nobile. Gli affreschi dell'ala sud sono opera di Bernardo Castello (1605) "Amore e Psiche"; quattro sale intitolate alle stagioni sono opera della scuola degli Zuccari e presentano richiami stilistici agli affreschi di Caprarola. Quelli dell'ala nord sono opera di Paolo Guidotti Borghese (1610) con l'allegoria "Felicitas aeterna", Domenico Zampieri detto il Domenichino (1609) con l "Historia di Diana", e Francesco Albani (1609) autore del "Concilio degli Dei" e la "Caduta di Fetonte". Dal palazzo si può accedere ai giardini interni di cui ammirare, dagli archi del loggiato, un bellissimo scenario con scale elissoidali tra le verdi spalliere e lo sfondo delle alte e secolari piante del parco. Esso si compone di lunghi e ombrosi viali di alberi ad alto fusto come leggi, abeti, querce, castagni e lecci. In fondo al viale principale domina il casino di caccia detto "La Rocca". Questo castello a cinque torri merlate riproduceva nelle sue linee architettoniche una parte dello stemma Giustiniani. Un piccolo forte perso nel verde dove sembra che la famiglia trascorresse la maggior parte del loro tempo a Bassano. Particolare l'incredibile somiglianza di questa "rocca" con le fortificazioni della terra natia del Marchese Vincenzo Giustiniani, Chios. Un legame con la terra greca di oltremare che si trova in uno degli affreschi del palazzo dove c'è una veduta seicentesca dell'isola di Chios e una veduta del porto di Genova. Ancora nel palazzo al piano terra con accesso diretto dal Salone dei Cesari un grazioso teatrino privato, con due file di palchi in legno probabilmente tappezzati da drappi in origine. Questo teatrino è unico nel suo genere nel Lazio all'interno di una dimora patrizia e se ne contano pochissimi nel resto d'Italia. Attualmente il Palazzo è aperto al pubblico per le visite guidate gratuite al piano nobile  tutti i sabati dalle ore 10 alle ore 13. Ma Bassano non è soltanto un esempio di identificazione riuscita con la mole nobiliare, ma anche espressione di una ricca produzione artistica ed architettonica. Nel centro storico la chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo del XVI secolo sorge sui resti di una primitiva cappella di forma romanica. L’interno a croce latina conserva il palchetto dove pregavano i Giustiniani e la reliquia di San Gratiliano, racchiusa in un busto d’argento. Il Santo viene festeggiato il 12 agosto, data del suo martirio a Falerii nel Viterbese. Nelle vicinanze del paese, presso il borgo di San Filippo, sorge il santuario della Madonna della Pietà. Notevole, lungo la strada per la stazione ferroviaria, il grandioso complesso del monastero di San Vincenzo, dove è allestita una casa per l’accoglienza e per i pellegrinaggi. La monumentale chiesa omonima venne eretta per volere di Vincenzo Giustiniani intorno al 1630, come mausoleo gentilizio, probabilmente su progetto di Carlo Maderno e Francesco Borromini. Quest’ultimo, dal carattere assai eclettico, portatore di un nuovissimo linguaggio architettonico, troppo moderno rispetto ai canoni dell’epoca e all’estetica predominante, fu schiacciato da una personalità altrettanto importante e, soprattutto, stimata dalla committenza papale che gli affida le opere più importanti della Città Eterna: Gian Lorenzo Bermnini. Nella sacrestia si custodisce una statua marmorea del Cristo Portacroce di Michelangelo. Sull’altare del transetto di sinistra è collocata una tela di scuola fiamminga con San Vincenzo martire. Il vasto monastero fu costruito nell’immediato dopoguerra dall’abate Ildebrando Gregori (dell’ordine dei Benedettini-Silvestrini) per l’accoglienza e l’istruzione dei bambini meno abbienti. Da evidenziare anche l’attività legata alla produzione della ceramica, svolta con egregia bravura dalla famiglia Terchi; che da Siena si trasferisce a Bassano, lasciando, tra l’altro, una mirabile maiolica rappresentante una Madonna con bambino, realizzata da Bartolomeo Terchi nel 1748. Allo stato attuale, è conservata nell’edicola sacra sita sul seicentesco ponte detto “delle vasche”, voluto dai Giustiniani. Ponte che avrebbe dovuto collegare il borgo alla zona agricola e al centro di San Vincenzo, solo in parte realizzato. Una mappa di Palazzo Giustiniani di Bassano Romano Romano
Il Monastero di S.Vincenzo a Bassano Romano
Trascrizione di alcuni documenti storici della Famiglia Giustiniani reperiti nella Parrocchia di Bassano Romano
Testamento di Vincenzo Giustiniani e documenti storici Estratto del testamento del Marchese Vincenzo Giustiniani riguardante il feudo di Bassano Romano e alcuni documenti storici della Famiglia Giustiniani reperiti nella Parrocchia di Bassano Romano.

Identità vere e finte nel programma decorativo del Palazzo di Bassano: Albani, Domenichino, Tempesta, Castello e Guidotti dipingono per Vincenzo Giustiniani
a cura di Christina Strunck estratto da a Villa di Vincenzo Giustiniani a Bassano Romano : dalla storia al restauro a cura di Agostino Bureca

Le antichità del marchese Vincenzo Giustiniani nel palazzo di Bassano Romano,
a cura di Laura Buccino in Bollettino d’Arte, XCI, serie VI, 135-136, gennaio-giugno 2006, pp. 35-76

La responsabilità di Palazzo Giustiniani è di competenza della Direzione Regionale dei Musei del Lazio - Polo Museale, c'è stato nel 2017 un bando per la concessione in uso di Palazzo Giustiniani a Bassano Romano al fine di realizzare un progetto di gestione del bene che ne assicuri la corretta conservazione, l’apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione, ma non è andato a buon fine (Avviso pubblico per la concessione in uso di beni immobili statali). 

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio del 2021, le sale e le decorazioni navigabili e commentate sia su desktop che su dispositivi mobili e visori 3D, grazie a #ItalyArt, sponsor tecnico del Museo e del progetto “Grand Tour” del Ministero della Cultura, dedicato all’inclusione digitale. Per la visita virtuale il link dedicato: Palazzo Giustiniani Virtual tour

Palazzo Giustiniani luogo del cuore L’Associazione Culturale La Rocca di Bassano Romano, ha pubblicato un'interessante guida turistica: Bassano Romano Terra dei Giustiniani .

I Mercatini del seicento: rievocazione storica con costumi d'epoca
Ogni anno nella prima settimana di luglio si svolge per tutto il paese di Bassano una rievocazione storica di Bassano nel 1600 al tempo dei Giustiniani.
Si tratta di un'iniziativa storico-culturale, organizzata dall’Associazione Pro Loco, dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bassano Romano, dal Consiglio dei Giovani e da rappresentanze associative e singoli cittadini, che rievoca una giornata tipica di mercato del 1600, periodo, soprattutto nei primi decenni, molto florido grazie alle notevoli capacità amministrative e culturali di Vincenzo Giustiniani che seppe trasformare l’assonnato borgo in un centro di ragguardevole interesse culturale ed economico. Teatro dell'evento è la parte storica di Bassano: la piazza Umberto I e il borgo medioevale
La manifestazione si protrae dal sabato sera a tutta la domenica e, ad intervalli prestabiliti, si può assistere alla sfilata del corteo in abiti storici della nobiltà locale, che gira per l'intera area del mercato ornata, per l'occasione, con numerosi vessilli, piante fiorite e fiaccole.
Gli organizzatori vogliono portare la storia a contatto con il presente, facendo rivivere quei momenti con una rappresentazione tutta ambientata nei vicoli e piazzette del centro storico, testimoni della vitalità del XVII secolo. Una scenografia appropriata e figuranti in costume d’epoca danno vita al bel rapporto che legava la popolazione all’amata famiglia Giustiniani. Una scenografia arricchita da attrazioni culturali e folcloristiche (teatro di strada, giochi popolari, carnevale seicentesco, mostre e concerti di musica barocca), da percorsi dei sapori, dove poter gustare la cucina rurale tra cantine, vicoli suggestivi e piazzette, e da piccoli mercati artigianali. Tutti elementi che vogliono far vivere al visitatore una giornata di altri tempi: una festa nella storia. Di notevole interesse culturale è l'usuale apertura straordinaria di Palazzo Giustiniani-Odescalchi, dove sarà possibile ammirare i pregevoli affreschi che ornano il piano nobile.  (Alcune foto delle precedenti edizioni della manifestazione.)

Mercatini del seicento su facebook
Villa Giustiniani di Bassano romano su facebook

IL GLADIATORE GIUSTINIANI

Nel 1957 l'archeologo Giovanni Becatti, giunto a Bassano per studiare il gruppo scultoreo del cosiddetto "Gladiatore che uccide il leone", collocato sull'orlo della peschiera del parco Giustiniani, rimane colpito dallo stato di conservazione della scultura. Egli nota una patina di grigio e di nero su tutta la superficie dell'opera e si augura che possa "venir tolta dallo squallido abbandono attuale e ripulita ..., poiché ormai soltanto i due cani marmorei all'ingresso del ponte rimangono a guardia di quello che fù un tempo lo splendido giardino Giustiniani...".
Oggi non on c’è più traccia dei numerosi vasi e statue che decoravano il giardino e il parco; gli abeti, i cipressi e i lecci sono cresciuti senza conoscere più nessuna cura, ma l'attenzione sui reperti scomparsi non è mai diminuita, tanto che recentemente: "Il Gladiatore" di epoca romana ha ritrovato il suo leone seicentesco. L’opera è un pastiche tardo rinascimentale, composta da frammenti antichi e moderni riuniti e fatti integrare dal marchese Giustiniani secondo il gusto del tempo: una testa di leone e un antico torso romano. In origine, la parte romana, di cui resta il torso, raffigurava il dio Mitra che uccide il toro. Mitra teneva fermo l’animale poggiandogli sul dorso un ginocchio, con la mano sinistra tirava verso di sé la testa e con la destra era pronto a colpire con un coltello. Con l’aspetto di un gladiatore che uccide un leone, invece, si presentava nel Seicento. I due reperti furono poi smontati e trafugati, il torso originale romano era stato acquistato dal Getty museum di Los Angeles e solo nel 1999, grazie al riconoscimento di uno studioso e all’azione dei Carabinieri tutela patrimonio culturale, la scultura romana venne restituita all’Italia. Il leone invece era stato rubato dalla villa di Bassano nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 1966 e ritrovato soltanto ad aprile 2016 dai Carabinieri all’interno di una villa sull’Appia antica, acquistata nel 2002 dalla Soprintendenza. I due pezzi sono oggi finalmente "riuniti" e dopo il restauro, sono restituiti nel 2022 al comune di Bassano Romano ed  esposti nella Villa Giustiniani nella "Sala di Amore e Psiche".  (LE AVVENTURE DEL “GLADIATORE-MITRA” GIUSTINIANI di Rita Paris e Claudia Valeri).


LA MADONNA DEI DEBITORI di Bassano Romano tra misticismo e devozione. «In gremio Matris sedet Sapientia Patris»

la madonna dei debitori Un dipinto Seicentesco raffigurante una Madonna con Bambino, chiamato “la Madonna dei debitori”, sicuramente non di grande scuola, è stato rinvenuto intorno al 2004 a Bassano Romano, paese vicino il Lago di Bracciano a circa 50 km da Roma, in seguito alla ristrutturazione di alcune "grotte" (così vengono chiamate a Bassano le cantine tufacee presente sotto i palazzi del centro storico) in piazza Gramsci, da parte di Gilberto Di Benedetto, psicologo romano, artista ed ora possessore del quadro in questione. Sembrerebbe che quella grotta fosse conosciuta in paese fin dal Seicento e che nel 1784 a seguito dell'invasione Napoleonica, la popolazione avesse li nascosto gli oggetti di culto perché essi non venissero distrutti dai francesi. La grotta (così vengono chiamate le cantine in tufo di Bassano Romano) in cui fu trovata la tela apparteneva alla famiglia Valle, dalla cui sono prevenuti diversi cappellani della Chiesa Maria Santissima Assunta sulla Piazza di Bassano (collegata attraverso una loggia alla Villa Giustiniani). Sono ancora oggetto di ricerche e di riscontri storici, se la tela della "Madonna dei debitori" appartenesse alla famiglia Giustiniani e se in qualche modo facesse parte della Collezione del Marchese Vincenzo o dei suoi successori. Sappiamo che l'iconografia Mariana era molto cara al Marchese tanto che ne riprodusse ben sei "Madonne" nel secondo volume della sua Galleria Giustiniana. Non ci deve nemmeno sorprendere il nesso tra Vincenzo Giustiniani e la particolare iconografia della "Madonna dei debitori". Il marchese Vincenzo oltre ad essere devotissimo, fu un personaggio incline ad accogliere senza pregiudizi, le novità culturali della sua epoca.  Nell'inventario della sua biblioteca (riportati nell'inventario redatto nel 1638 alla sua morte) oltre a trattati filosofici d'impostazione neostoica, compaiono volumi concernenti l'astrologia, le scienze naturali, l'astronomia e testi scientifici d'argomento esoterico ed occulto. L'interesse per l'occultismo di Vincenzo è testimoniato dalla presenza di un volume sulle profezie di Nostradamus. Il Marchese è aggiornato sulle scoperte di Galilei: conosce il Dialogo sui massimi sistemi e, dopo l’abiura, lo incoraggia a pubblicare le sue ricerche sul moto. Inoltre questa passione per la cultura scientifica trova conferma anche negli affreschi presenti nel palazzo di Bassano. La volta della "Galleria" dipinta da Francesco Albani raffigura pianeti, costellazioni e segni zodiacali. La composizione iconografica delle grottesche affrescate nelle stanze delle stagioni suscita, invece, sensazioni esoteriche ed occulte.
Il quadro della "Madonna dei debitori" rappresenta una Madonna che regge con la mano destra sollevata tre rose viste come simbolo di amore, sapienza e conoscenza. Dalla fronte e dalle labbra della Vergine sgorga sangue, inteso come una sorta di purificazione del pensiero e della parola, senza le quali l’anima non può manifestare il suo contatto col Divino. Il Bambino da lei tenuto in grembo, con un’aureola dalla croce inscritta, pone l’indice verso le rose ad indicare la direzione cui affidarsi. Il tutto si chiude con un cartiglio sottostante la figura, che recita in latino: «In gremio Matris sedet Sapientia Patris» ("Nel grembo della Madre risiede la Sapienza del Padre").
L'iconografia della Madonna Bassanese è ripresa dalla "Madonna del Sangue" del Santuario di Re sul Lago Maggiore, che fu oggetto di ispirazione di molti pittori soprattutto nella prima metà del Seicento. Il culto della "Madonna del sangue" avvenne a seguito del miracolo avvenuto nel 29 aprile 1494, quando alcuni giovani si ritrovarono di fronte alla chiesetta per giocare ad un tradizionale gioco di paese, la piodella, che consisteva nel lanciare un sasso appiattito contro un cilindro di legno su cui era posizionata una moneta. Uno di loro, particolarmente sfortunato nel gioco, si adirò e lanciò il suo sasso verso la chiesa, colpendo proprio il ritratto della Madonna. Il mattino seguente l’affresco della Madonna iniziò a sanguinare dalla fronte e continuò a sgorgare abbondantemente per circa venti giorni e molti ammalati e infermi, dopo aver rafforzato la devozione nei confronti della Madonna di Re, guarirono grazie a veri e propri miracoli, riconosciuti ufficialmente anche dalle autorità civili e religiose dell’epoca. A seguito dell’afflusso dei tantissimi fedeli, attirati dalla notizia del miracolo, fu costruito un primo santuario già nel 1627.
Tornando alla Madonna Bassanese l’iconografia rappresentata è certamente ispirata alla “Madonna del sangue”, ma il tema è sviluppato in una maniera del tutto originale ad alto contenuto esoterico, probabilmente non destinato al culto popolare e forse in collegamento con le scuole rosacrociane, leggendario ordine segreto che sarebbe nato nel XV secolo e la cui conoscenza venne diffusa nel XVII secolo, associato ai simboli della rosa e croce. La Madonna si farebbe carico della purificazione del pensiero, in quanto redentrice, insieme al Signore, e portatrice di salvezza. Anche il cartiglio, che in chiave cattolica si può interpretare che nel ventre di Maria sta l’opera compiuta del Padre, ossia il figlio Gesù Cristo, per lo psicologo Massimo Marinelli avrebbe un valore più misteriosofico, la Madre divina che partorisce l’Opera del Padre, cioè il Logos o Verbo, a cui si riferisce l’evangelista Giovanni. Dal grembo della Madre, cioè il vuoto originario, viene creato, in virtù del pensiero e della parola, entrambi espressioni del Logos, tutto ciò che esiste, vale a dire energia, materia, natura, uomini, gerarchie angeliche e Trinità.
Intorno alla Sacra Tela, successivamente consacrata nella Chiesa Melchita di San Basilio in Roma, è stata costituita l'Associazione "Madonna dei debitori", su iniziativa anche del padre gesuita Ernesto Santucci, scomparso nel 2021, che si occupa di raccogliere fondi via internet anche per persone che per ragioni motivate non possono pagare i loro debiti.
Il nuovo messaggio Mariano, non appena è stato diffuso su internet, ha attratto l'attenzione di migliaia di persone, soprattutto da parte di persone che denunciano di vivere nella difficile situazione di debitori “senza via d’uscita”. Così, nel volgere di poco tempo, la Madonna dei debitori è diventata il vessillo di molti di coloro che si battono per sopravvivere alla crisi economica. L’Associazione “Madonna dei debitori” si è posta un obiettivo ''rivoluzionario'': l’indizione periodica di un giubileo fiscale per i debitori, in occasione del quale, lo Stato le banche e i singoli cittadini dovrebbero azzerare o ridurre almeno di un terzo i debiti a coloro che per ragioni obiettive e indiscutibili non sono in grado di onorarli. Inoltre l'associazione vorrebbe avviare una raccolta di fondi per aiutare le persone bisognose a estinguere i loro debiti con le banche. Un po' come avveniva nel Medioevo. Potrebbe sembrare un'invocazione di condono in salsa religiosa, ma per i promotori non sarebbe affatto così. A muoverli, a loro dire, sarebbe esclusivamente il ritorno a una forma di solidarietà che, oltre a liberare i debitori da una vera e propria schiavitù, permetterebbe all'economia di ripartire.
Gilberto Di Benedetto afferma che il nome "Madonna dei debitori" fu dato da Navarro Vals, già portavoce di papa Woitjla, nel 2009, quando andavano entrambi spesso a pregare presso la chiesa di Santa Teresa d’Avila a corso d’Italia a Roma. Un giorno lo psicologo nel salutare Navarro Vals alla fine della funzione religiosa gli chiese alcuni minuti di disponibilità per ascoltare la storia di un misterioso ritrovamento di questa Madonna che era stata sognata da una persona che aveva prestato Trecento mila euro mai restituiti dal suo debitore. La Madonna in sogno invitò a rimettere il debito del debitore affermando: "se tuo fratello non ti può pagare devi rimettere il debito". Particolarmente colpito nel sentire la storia, Navarro Vals invitò psicologo a chiamarla “la Madonna dei debitori”.



Il “Patto di amicizia” tra i gruppi storici della “A notte di a memoria” di Bastia e
“I Mercatini del seicento” di Bassano-Romano


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La firma del Patto di amicizia a Bassano Romano tra il Sindaco di Bassano Romano Emanuele Maggi e l'Assessore al patrimonio della Municipalità di Bastia Philippe Peretti ed a Bastia tra l'Assessore al turismo Yuri Gori e l'Assessore al patrimonio della Municipalità di Bastia Philippe Peretti

Comité des Fêtes et de l'Animation du Patrimoine du Bastia (CORSICA-FRANCIA)
GRUPPO STORICO "I MERCATINI DEL SEICENTO" DI BASSANO ROMANO

Il 20 luglio 2019 a Bastia in Corsica, ed il 26 luglio 2019 a Bassano Romano, è stato firmato il “Patto di amicizia” tra il Gruppo storico di Bassano Romano "I mercatini del seicento" e quello della città di Bastia della “A notte di a memoria” (A Notte di a Memoria di Bastia et I Mercatini del seicento de Bassano-Romano : Jumelage effectif ).
Il documento è stato firmato a Bastia nel Museo cittadino di Bastia nel Palazzo dei Governatori nella cittadella di Bastia nella sala dove sono presenti i ritratti del vescovo di Nebbio Agostino Giustiniani e del Doge Luca Giustiniani (quadro recentemente acquistato dal museo stesso attribuito a Cornelis De Wael). alla presenza dell’assessore al turismo del Comune di Bassano Romano Yuri Gori, del vice-sindaco e delegato al patrimonio della città di Bastia Philippe Peretti, dal presidente e fondatore del Comitato delle feste e Animazione del patrimonio di Bastia Jean-Baptiste Raffalli e dal Presidente del Comitato dei “mercati del Seicento” di Bassano Romano Anastasia Salvatori. A Bassano Romano un'analoga cerimonia si è svolta nella Piazza principale davanti a Palazzo Giustiniani alla presenza oltre che dei presidenti dei due comitati storici del Sindaco di Bassano Emanuele Maggi e el vice-sindaco e delegato al patrimonio della città di Bastia Philippe Peretti. Esiste nel corso dei secoli, un “filo rosso” che collega la presenza dei Giustiniani e Bastia: le comune radici Genovesi.  Sia Bassano Romano che Bastia hanno al centro della loro vita culturale locale, una festa rievocativa in costume della presenza dei Genovesi nel XVII secolo. A Bastia la “A notte di a memoria”, a Bassano Romano i “Mercatini del seicento”, rievocazione storica della solenne elevazione a principato del feudo Giustiniani nel XVI secolo, periodo molto florido grazie alle notevoli capacità amministrative e culturali di Vincenzo Giustiniani che seppe trasformare l’assonnato borgo in un centro di ragguardevole interesse culturale ed economico. La manifestazione “A notte di a memoria” si basa sul testo del cancelliere del Regno di Corsica Angelo Francesco Luri del 1671, che racconta del solenne arrivo in barca del nuovo governatore della città durante la dominazione Genovese dell’isola accolto dal governatore dimissionario che lascia il suo palazzo (il Palazzo dei governatori attuale Museo di Bastia) per accogliere il suo successore sul vecchio porto di Bastia accompagnato da tutta la sua amministrazione. Una grande festa in costume dove ogni anno 150 figuranti sfilano in costume d’epoca.
Il ramo Giustiniani di Roma è lo stesso dei Negro-Banca, da cui proviene anche il celebre umanista e vescovo di Nebbio Agostino Giustiniani autore del libro “Dialogo nominato Corsica”, del 1514. Un’opera che costituisce il punto di riferimento per le opere cartografiche e descrittive dei secoli futuri sull’isola.

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A Notte di a Memoria di Bastia et I Mercatini del seicento de Bassano-Romano : Jumelage effectif (Rédigé par Charles Monti le Dimanche 24 Mars 2019 Corsenetinfos.corsica )
Bastia : Les Giustiniani traits d'union entre deux associations corse et italienne (Rédigé par Philippe Jammes le Vendredi 19 Juillet 2019 Corsenetinfos.corsica )
Bastia : L'association du comité du patrimoine signe une charte de jumelage avec l'Italie (Rédigé par Livia Santana le Samedi 20 Juillet 2019 Corsenetinfos.corsica )
Bassano-Romano et Bastia : l'Histoire en héritage (Rédigé par Charles Monti le Mercredi 31 Juillet 2019 Corsenetinfos.corsica
Una delegazione di Bastia in vistia a Bassano Romano (Tuscia web)
Patto di Amicizia tra Bassano Romano e Bastia (Corsica) (NewTuscia.it)

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Si è svolta il 6 e 7 maggio 2005 la celebrazione del 50° anniversario dell’incoronazione della Sacra Effigie della Madonna della Pietà. Strade, vicoli e piazze arricchite da migliaia di fiori di carta, fontane e giardini costruiti qua e là. Era il 1955 quando il Cardinale Valeri, dopo una richiesta alle autorità ecclesiastiche da parte dei bassanesi, con una solenne cerimonia appose una corona sul capo della Madonna della Pietà. E Bassano fu addobbato con fiori di carta e ogni 25 anni le festività per adorare la Sacra Immagine hanno un carattere straordinario. La Pia Unione della Madonna della Pietà, composta dai Fratelli, coordina anche le due suggestive processioni, quella votiva del sabato sera e quella solenne della domenica mattina. Chiude la processione la macchina della Madonna trasportata a spalla.
Le foto della manifestazione: Bassano Romano addobbato a festa
 

Il  GEMELLAGGIO tra Bassano Romano - Aghios Minas e Kamphokora
L'Unione Europea ha finanziato il progetto di gemellaggio presentato dal Comune di Bassano Romano con il Comune greco di Aghios Minas (DG EAC N. 25/05 Incontri tra cittadini - fase 3). Progetto 06/2082. La manifestazione che ha coinvolto sia il comune Chiota di Aghios Minas che di Kamphokora, si è svolta a Bassano Romano dal 6 al 10 settembre 2006.


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CHIOS IL CUORE DELLE ISOLE GRECHE NELL'EGEO NORD ORIENTALE 
"insulae et urbes supra duo seculi in archipelago, possessae a Patritia genuensi Iustinanorum familia antequam Solimanus Turcar. tyrannuus, eas anno 1566 occupavet"

La tradizione attribuisce il suo nome al figlio di Poseidone, Chio nato durante una tempesta di neve sull’isola a simboleggiare l’arrivo degli Ioni nell’anno 1000 ac. Una altra leggenda al mito di Oniopione e di sua figlia Chiona. Onipione era figlio di Dionisio e Ariadne regina di Creta. Chiona loro figlia, nata sull’isola, da stirpe Cretese, simboleggia l’arrivo dei Minoici ed il fiorire della loro civiltà ancora presente nell’isola. Ma prima ancora era stata chiamata l’isola dei serpenti, l’isola grigia o isola lunga.
Chios è una mezza luna di terra rossa, di foreste, di sabbie nere di lava bagnate da un mare azzurro intenso.
la mia fotoQui la leggenda vuole la nascita di Omero che insegnava a Daskalopetra (Pietra del Maestro) località vicina a Chòra dove si trova l'enorme pietra che il poeta usava come sedia durante l'insegnamento.
Regina degli oceani e del mare con le sue innumerevoli navi ed impavidi naviganti. Infatti, gli storici dicevano che vincerà la guerra colui che avrà come alleato Chios in mare.
Chios è l’isola del mastice. Quando i Romani presero Agios Isidoros per accompagnarlo sul luogo dell'esecuzione, il Santo esausto si mise a piangere, e le sue lacrime, cadendo, sul selciato, divennero l'aromatica masticha.
Così spiegano il perché lo stesso albero il lentisco, che esiste in molti altri luoghi del mediterraneo, produce mastice solo a Chios; per accaparrarsene il commercio Chios ha subito le invasioni dei Macedoni, Romani, Bizantini, Veneziani, Genovesi e dalla metà del '500 fino al 1912 una lunga dominazione ottomana.
Chios è famosa per le sue architetture mediovali, costruite durante la dominazione dei Genovesi dal XIII fino al 1566 che gli conferiscono un fascino particolare, con le strette viuzze dei villaggi medievali in pietra bianca e nera ricordano i "caruggi" di Genova, le pareti dei vicoli sono abbellite con una rarissima tecnica decorativa, costituita da disegni grigi raschiati sul fondo bianco.
In tutta l’isola sono presenze tracce di dimore patrizie e di torri fortificate. I Genovesi la chiamarono Chios per la sua bellezza “Paradiso dell’Est”.
Nonostante la varietà paesaggistica e i motivi di interesse, Chios rimane ancora fuori dall'attenzione del turismo e dei viaggi organizzati, soprattutto dall’Italia. Nessun tour operator Italiano offre pacchetti completi per questa meta.
Le strutture turistiche sono quasi tutte di piccola dimensione, circa 2500 posti letto nei pochi alberghi e altrettanti della ricettività familiare, rendono problematica l'accoglienza di grandi numeri di invasori stagionali, che comunque a Chios, per fortuna, non arrivano. Ma gli intenditori ritornano anno dopo anno, trasportati da memorie vive, che hanno i nomi delle persone e dei luoghi di Chios.
Chios offre una gran varietà di situazioni paesaggistico - ambientali e architettoniche la cui originalità è rinomata in tutta la Grecia. A Chios, in effetti, si sposano oriente e occidente in modo unico e irripetibile: impronte bizantine, genovesi e veneziane si mescolano a tracce arabesche dando vita a paesaggi urbani estremamente suggestivi.
Grande ben 848km2 (pari a circa 8 volte l’isola d’Elba), con 213 km. di coste la quinta più grande di tutta la Grecia. E’ a poche miglia nautiche dalla Turchia. Capo Pounda sulla penisola di Erythraia (Tsesme) distano solo 3,5 miglia nautiche
La sua popolazione è di circa di 50.000 abitanti, la maggior parte concentrati nel capoluogo, i restanti negli altri 64 villaggi. Qui il clima è sempre mite, raramente supera i 30 gradi d'estate e scende sotto i 10 d'inverno.
Qui puoi vedere una dettagliata mappa dall'isola ed una visione satellitare.

CREATING QUALITY VISITOR EXPERIENCES: A BEST PRACTICE MANAGEMENT CASE AT THE PALAZZO GIUSTINIANI IN CHIOS, GREECE di Dorothea Papathanassiou-Zuhrt e Maria Doumi

http://www.giustiniani.info/chios.html (Il mio sito su Chios. La guida in italiano più completa sull’isola).
 

 

CHIO terremoto

 

 

E' stato pubblicato in francese da "Les Cahiers du Bosphore" ("Les éditions ISIS Istanbul") il libro di Rinaldo Marmara su "Chio - Le tremblement de terre de 1881 d'après les rapports de l'époque" contenente gli indice dei registri dei battezzati delle Chiese Cattoliche di Tinos e Chios dal 1707 al 1727 e dal 1814 al 1988 che ci portano indicazioni preziose sull'origine delle famiglie stabilitesi su quest'isola ed il capitolo "I Giustiniani di Chios" di Enrico Giustiniani (nel testo in Italiano).
Per chi volesse acquistare il testo: Casa editrice ISIS - Istambul

 
caccia al leone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palazzo Giustiniani, atrio, Roma. Lo stemma marmoreo dei Giustiniani sormonta una lastra lapidea d'epoca romana rappresentante una caccia al leone

 

la mia foto  le famiglie dell'albero giustiniani  
A destra lo stemma della famiglia Giustiniani e cognomi aggregati nel suo albergo contenuta nell’albo di Vittorio Gropallo e Luciano Lenzi sul “Patriziato Genovese e le famiglie nobili di Sarzana”, edito da Sturli nel 1992. L’edizione originale era il libro che Agostino Fransone scrisse nel 1636. I “cognomina” delle famiglie nobili “aggregate” all’albero dei Giustiniani come riportate nella tavola XXVII erano 43 (come si legge nello stemma sopra riportato da destra in alto, in senso orario, prima il giro interno, poi il giro esterno): Longhi, Arangi, Campi, Oliviero, Rocca, Maruffa, Negro, Pagana, Ughetto, Castello, Reccanello, Moneglia, Fornetto, Garibaldo, Bancha, S. Theodoro, Sestri, Vegetti, Rebuffi, Mongiardina, Argiroffo, Leonardo, Boniventa, Silvarezza, Ponte, Cavatorta, Ciocchia, Figalla, Vallarana, Corsa, Bona, Massona, Murchia, Arena, Roccatagliata, Prato, Briandata, Prandi, Novara, Vallebona, Bonfante, Passana e Moneglia.
A sinistra lo stemma dei Giustiniani a Chios sulla torre settentrionale della città fortificata